Esperta di cultura pop giapponese e studi di genere, Marta Fanasca è ricercatrice e traduttrice di narrativa e manga yuri e BL. Ha conseguito un dottorato in Japanese Studies presso The University of Manchester, dove si è occupata del fenomeno dansō (crossdressing Female-to-Male) nel Giappone contemporaneo. Tra le opere tradotte, il manga Run away with me, Girl di Battan e Ayaka Is in Love with Hiroko! di Sal Jiang, entrambi per Star Comics, collana Queer.

I manga yuri e boys’ love (BL) sono generi narrativi diffusi nella cultura pop giapponese che raccontano relazioni tra persone dello stesso sesso. Lo yuri si concentra su storie tra donne, mentre il boys’ love narra relazioni tra uomini. Si tratta di testi in cui il fulcro è la relazione tra i protagonisti, più che una riflessione esplicita sull’identità di genere, centrale invece in altri tipi di manga.

In questa intervista Marta Fanasca ripercorre il proprio percorso e il lavoro concreto della traduzione, soffermandosi sulle scelte che emergono quando una lingua si confronta con sistemi relazionali, immagini e sfumature culturali che chiedono di essere comprese prima ancora che tradotte.

Come sei arrivata alla traduzione dal giapponese e, nello specifico, al lavoro sui manga yuri e BL?

Sono figlia degli anni Ottanta e sono cresciuta guardando anime, a cui si è poi affiancata la passione per i manga. Studiare lingue orientali, e nello specifico il giapponese, è stato quindi un percorso piuttosto naturale. Durante la specialistica ho scelto un indirizzo in traduzione letteraria e tecnico-scientifica all’Università La Sapienza, anche se inizialmente non pensavo che la traduzione sarebbe diventata il mio lavoro. Il dottorato mi ha portata poi verso altri ambiti. Ho svolto infatti il dottorato in Japanese Studies presso The University of Manchester, dove mi sono occupata di questioni di genere, studiando in particolare il fenomeno dansō (crossdressing Female-to-Male) in Giappone. Ho svolto interviste e lavorato sul campo, un’esperienza molto diversa dalla traduzione. A un certo punto sono stata contattata da alcuni conoscenti che lavoravano in ambito editoriale, che avevano bisogno di una traduttrice per dei volumi. Ho deciso di provare, quasi per curiosità. Ho iniziato con un manga e poi con un romanzo per Atmosphere Libri, una casa editrice specializzata in letteratura dell’Asia orientale. È stata un’esperienza molto stimolante, che mi ha spinto a rendermi disponibile per altri progetti. Successivamente sono entrata in contatto con Claudia Calzuola, editor di Star Comics, che aveva da poco lanciato la collana Queer. Il primo titolo su cui ho lavorato è stato Run Away With Me, Girl di Battan, un testo che avevo già letto in giapponese per interesse personale. Mi è sembrato subito un progetto in cui potevo riconoscermi. Non credo che una traduttrice omosessuale debba necessariamente tradurre testi con personaggi omosessuali, ma nel mio caso si trattava di un ambito di ricerca che già mi apparteneva, e lavorare su questi testi mi ha permesso di unire interesse personale e competenza accademica. Nel tempo mi sono stati affidati altri titoli yuri e BL, anche in relazione alle ricerche che avevo condotto sulla cultura delle ragazze, in giapponese shōjo bunka. Più che una questione identitaria, per me è una questione di interesse: credo sia importante che chi traduce lavori su testi che sente vicini, perché il coinvolgimento incide sulla qualità del lavoro. Tra le pubblicazioni più recenti c’è Ayaka is in Love with Hiroko! di Sal Jiang uscito a marzo per Star Comics, una storia ambientata nel mondo del lavoro che affronta anche il tema del coming out in Giappone.

Run Away With Me, Girl di Battan e Ayaka is in Love with Hiroko! di Sal Jiang, tradotti da Marta Fanasca
(Star Comics)

Come strutturi una traduzione di manga?

Quando lavoro su un manga inizio sempre con una pre-lettura del testo in giapponese, senza entrare troppo nel dettaglio lessicale. Mi serve per avere una visione complessiva della storia ed evitare di trovarmi impreparata davanti a elementi narrativi che potrebbero influenzare scelte precedenti. Successivamente passo alla traduzione vera e propria. Un volume manga è composto in media da 120-140 tavole, quindi tendo a suddividerlo in tre parti, per mantenere un livello di concentrazione costante. Una volta completata la prima stesura rileggo il testo senza consultare l’originale, per verificare la fluidità dell’italiano e individuare eventuali incongruenze. Segnalo i punti critici e torno poi al testo giapponese per risolverli, confrontandomi, quando necessario, anche con traduzioni in altre lingue. Una fase particolarmente importante è quella in cui rileggo tenendo conto della dimensione visiva. Il manga richiede un’attenzione continua all’immagine, perché spesso il significato emerge proprio dal rapporto tra dialogo e disegno. Il rischio è concentrarsi esclusivamente sul testo e perdere elementi fondamentali che si trovano nella tavola. È necessario quindi alternare continuamente una lettura ravvicinata e una visione d’insieme.

Tradurre manga significa lavorare dentro un equilibrio tra parola e immagine, quindi in che modo l’immagine orienta le tue scelte traduttive?

Il testo deve sempre restare coerente con ciò che viene rappresentato visivamente. Questo diventa particolarmente complesso quando sono presenti giochi di parole o proverbi. Può capitare che un’espressione giapponese si colleghi direttamente a un dettaglio grafico, ma che la traduzione letterale in italiano non mantenga lo stesso legame semantico con l’immagine. In questi casi è necessario trovare una soluzione che preservi la relazione tra parola e disegno, anche a costo di modificare la struttura della battuta. La traduzione deve continuare a funzionare come parte dell’insieme visivo, non come elemento isolato.

Quali sono le difficoltà più ricorrenti nel tradurre yuri e BL?

Una delle difficoltà principali riguarda l’adattamento dei registri linguistici. Il giapponese prevede diversi livelli di formalità, che incidono sulle relazioni tra i personaggi. In alcuni casi, rapporti che in italiano renderebbero spontaneo l’uso del “tu” mantengono invece una distanza formale. Questo crea situazioni in cui occorre decidere se conservare quella distanza o adattarla alla naturalezza dell’italiano. Un altro aspetto complesso riguarda i giochi di parole. In un caso recente, ad esempio, un personaggio confondeva il termine taban, un accessorio simile a un turbante, con Tarzan. Ho dovuto trovare una soluzione che mantenesse sia l’equivoco fonetico sia il riferimento visivo all’oggetto indossato dal personaggio. Nel manga Yuri Is My Job! di Miman ho incontrato una difficoltà legata al termine oneesama, che ha due significati: nel linguaggio comune, si usa per indicare una donna con cui non abbiamo familiarità, mentre nel contesto specifico delle scuole femminili indica una forma di sorellanza sospesa tra affetto, ammirazione e possibile infatuazione. La parola ha diverse sfumature e compare in contesti differenti, per cui è stato necessario adottare soluzioni variabili, a volte mantenendo il termine originale, a volte traducendolo in modo più libero. La difficoltà principale riguarda quindi la resa delle relazioni interpersonali, che in giapponese sono fortemente codificate a livello linguistico. La traduzione deve restare credibile senza compromettere l’atmosfera emotiva della scena, soprattutto in momenti particolarmente romantici o erotici. Non bisogna rompere il mood con la traduzione.

Yuri Is My Job! di Miman tradotto da Marta Fanasca
(Star Comics)

Ti è mai capitato di non trovare una soluzione soddisfacente? Puoi raccontare un caso concreto?

Il caso di oneesama è stato uno dei più complessi proprio per la stratificazione semantica del termine. Esiste oneesan, che indica genericamente una sorella maggiore ma può anche essere utilizzato per rivolgersi a una giovane donna in contesti informali, e oneesama, la versione più formale, che invece può anche implicare una relazione più strutturata, tipica delle dinamiche di sorellanza presenti nella cultura scolastica femminile giapponese. Nel manga questa relazione è ulteriormente complicata dall’uso del termine tedesco Schwestern, che riprende nuovamente l’idea di sorellanza. È stato necessario modulare di volta in volta la traduzione per mantenere coerenza e comprensibilità. Un episodio diverso riguarda The Flavor of Melon di Etsuko, in cui un personaggio cantava la sigla giapponese di Sailor Moon. In questo caso ho scelto di utilizzare la versione italiana della canzone, privilegiando un riferimento culturale immediatamente riconoscibile per il lettore. 

The Flavor of Melon di Etsuko tradotto da Marta Fanasca
(Dynit Manga)

Quanto il contesto editoriale e culturale entrano nel tuo lavoro?

Quando si traduce, o anche quando si fa editing, bisogna sempre partire dall’idea che il libro è il risultato di un lavoro collettivo. Il traduttore non lavora mai da solo, ma all’interno di un sistema di relazioni professionali in cui ogni scelta deve trovare un equilibrio con le esigenze editoriali, linguistiche e commerciali del progetto. Ci sono momenti in cui vale la pena difendere una soluzione con convinzione, ma non è possibile farlo su tutto. Una parte del lavoro consiste proprio nel capire quando insistere e quando invece accettare una mediazione. Quando lavoro come editor intervengo con decisione su refusi o problemi grammaticali, ma per quanto riguarda le scelte stilistiche preferisco proporre alternative e motivarle, lasciando spazio al confronto. Raramente riscrivo una frase senza discuterne. Quando invece sono io a tradurre, l’editing è affidato ad altre persone, e in generale ho avuto esperienze positive di collaborazione. Accanto alla dimensione editoriale, il contesto culturale è determinante. Una conoscenza approfondita della lingua non è sufficiente se non è accompagnata da una familiarità concreta con la cultura giapponese. Alcuni elementi diventano comprensibili solo attraverso l’esperienza diretta. Le onomatopee, per esempio, occupano uno spazio centrale nel manga. Il giapponese è una lingua estremamente ricca di suoni codificati che descrivono azioni quotidiane molto specifiche. Esiste un suono associato alla timbratura della tessera nella metropolitana, così come un suono caratteristico dell’apertura automatica delle porte dei convenience store. Sono dettagli apparentemente minimi, ma contribuiscono a costruire un immaginario sonoro preciso. Aver vissuto in Giappone permette di interiorizzare queste sfumature e di restituirle in modo più consapevole. In caso contrario il rischio è di appiattire tutto in un generico bip, perdendo una parte importante dell’esperienza del testo. 

E la censura?

Per quanto riguarda la censura, la situazione giapponese è diversa da quella di altri contesti asiatici. In Giappone la censura riguarda soprattutto l’aspetto grafico, infatti nelle rappresentazioni esplicite dei corpi vengono spesso applicati dei mosaici. In alcuni casi le autrici realizzano versioni integrali delle tavole, che possono poi circolare in contesti editoriali differenti. Dal punto di vista tematico, il panorama appare piuttosto vario. Anche opere che mettono in scena relazioni complesse o dinamiche di potere controverse vengono pubblicate e a volte tradotte. Nei manga yuri le scene erotiche sono generalmente meno e meno esplicite rispetto a molti titoli BL, che possono spingersi verso rappresentazioni più estreme. Mi è capitato di lavorare su un testo pornografico che non ho sentito in sintonia con la mia sensibilità, al punto da scegliere di firmarlo con uno pseudonimo. È stata un’esperienza utile perché mi ha aiutato a definire con maggiore chiarezza i miei limiti come traduttrice. Non si tratta di una valutazione generale su ciò che altri colleghi possono o vogliono fare, ma di una consapevolezza personale.

Tradurre yuri e BL è, per te, anche un atto in qualche modo politico?

Dipende da cosa intendiamo per atto politico. Per quanto mi riguarda, la dimensione più esplicitamente politica si è manifestata soprattutto nel contesto della ricerca. Prima della guerra ho svolto un postdoc alla Higher School of Economics di San Pietroburgo con un progetto dedicato ai manga yuri. In quel caso la scelta di lavorare su testi che rappresentano relazioni tra donne in un contesto culturale e politico complesso aveva per me un significato preciso. Spesso in Europa discutiamo di questioni LGBTQI+ in ambienti relativamente protetti; portare questo tipo di ricerca in un contesto meno aperto mi è sembrato un gesto concreto, un modo per mettere in dialogo ambiti di studio e contesti culturali diversi. L’esperienza in Russia è stata molto positiva dal punto di vista umano e accademico. Ho trovato un ambiente di ricerca aperto e disponibile al confronto. Questo mi ha ricordato che i contesti culturali sono sempre più complessi delle rappresentazioni semplificate che spesso circolano, e che le posizioni istituzionali non coincidono necessariamente con le esperienze individuali. Il manga, però, richiede una distinzione ulteriore. Molti testi yuri e BL riflettono una concezione della relazione tra persone dello stesso sesso che non coincide necessariamente con l’idea contemporanea di identità omosessuale così come è discussa oggi in Europa. In numerose opere non compare una definizione esplicita di identità omosessuale perché i personaggi non si definiscono lesbiche o gay, ma raccontano piuttosto un’esperienza affettiva individuale, spesso formulata come innamoramento per una persona specifica. In questi casi la dimensione identitaria rimane sullo sfondo e la relazione viene rappresentata come un evento emotivo più che come una presa di posizione sociale. I titoli più recenti si stanno avvicinando molto di più a una rappresentazione realistica dell’omosessualità sia maschile sia femminile, affrontano in modo più diretto temi come il coming out, il rapporto con la famiglia o la questione dei diritti. Questa evoluzione non riguarda però l’intero panorama e molti testi continuano a muoversi in una dimensione narrativa più sospesa, in cui la relazione omosessuale non viene necessariamente interpretata attraverso categorie identitarie esplicite. Quando insegno, tendo a chiarire questa distinzione: yuri e BL non coincidono automaticamente con la narrativa LGBTQI+. In Giappone esistono anche opere esplicitamente legate all’attivismo o alla rappresentazione sociale delle identità queer, ma yuri e BL nascono come generi con caratteristiche proprie, spesso più vicine a una dimensione immaginaria o simbolica. Nonostante queste differenze, ritengo importante che questi testi esistano e circolino perché anche se non riflettono pienamente la sensibilità contemporanea europea, contribuiscono comunque a dare visibilità agli amori queer

Luna nomade di Nagira Yuu tradotto da Marta Fanasca
(Atmosphere Libri)

Nel tuo lavoro ti senti una presenza invisibile o riconoscibile?

Su questo punto mi rendo conto di avere una posizione in parte controcorrente. Non sento l’esigenza che il mio nome compaia in copertina, perché considero centrale il ruolo dell’autore o dell’autrice come origine dell’atto creativo. Il lavoro del traduttore è fondamentale, ma si inserisce all’interno di un processo editoriale più ampio che coinvolge molte figure professionali, ognuna con competenze specifiche. Il risultato finale è il prodotto di un lavoro collettivo, quindi non trovo coerente attribuire una visibilità privilegiata alla traduzione solo perché percepita come attività più propriamente creativa rispetto ad altre. Questo ovviamente non significa rinunciare al riconoscimento del proprio lavoro. È importante che il nome del traduttore sia presente nei crediti o in quarta di copertina, a meno che non decida di restare nell’anonimato. La dimensione autoriale della traduzione emerge piuttosto nelle scelte linguistiche. Ogni traduttore sviluppa nel tempo una propria sensibilità stilistica, una serie di soluzioni ricorrenti, una coerenza interna che può essere riconosciuta dai lettori più attenti. In questo senso mi interessa essere riconoscibile attraverso il lavoro, più che attraverso la posizione del mio nome nello spazio editoriale. La presenza del traduttore rimane inevitabilmente inscritta nel testo, ma non necessariamente deve occupare il primo piano.

Tradurre è un modo per restare o per partire?

Quando traduco ho spesso la sensazione di trovarmi, almeno in parte, in Giappone. È un modo per tornare dentro quella lingua, nei suoi suoni, nei suoi ritmi, anche quando mi trovo altrove. La traduzione diventa una forma di spostamento che non coincide necessariamente con il viaggio fisico, ma che permette comunque di mantenere un contatto vivo con il contesto culturale da cui il testo proviene. Mi fa piacere fare questi piccoli viaggi.

Da cosa “fugge” la traduzione, secondo te, e verso cosa si muove?

Credo che la traduzione debba allontanarsi soprattutto dall’idea di equivalenza perfetta tra lingua di partenza e lingua di arrivo. L’idea che a ogni parola corrisponda un equivalente preciso è, in fondo, un’illusione. Quando si traduce non si cerca una corrispondenza assoluta, ma si prova a far arrivare il testo nel modo più fedele possibile alla sua intenzione, assicurandosi allo stesso tempo che resti comprensibile, leggibile e piacevole per chi legge. L’obiettivo non è riprodurre la stessa forma, ma permettere al lettore della lingua di arrivo di vivere un’esperienza il più possibile vicina a quella del lettore della lingua di partenza. Per chi legge nell’originale, la lingua è naturale; lo stesso dovrebbe accadere anche nella traduzione. Il testo deve poter funzionare con naturalezza nel nuovo contesto linguistico e culturale, senza risultare artificiale o forzato. Nel passaggio tra lingue si produce inevitabilmente anche uno scarto. La traduzione non trasferisce soltanto un significato già dato, ma contribuisce a costruirne uno che sia adatto al contesto in cui il testo arriva. Il processo traduttivo non coincide con una semplice equivalenza, ma con la creazione di un equilibrio nuovo, capace di restituire un’esperienza di lettura coerente con quella originaria, pur nella differenza delle lingue.

Il prossimo attraversamento ci riporterà in Cina, seguendo il lavoro di Claudia B. Unali, autrice dei manuali CPP – Cinese Per Pessimisti vol. 1&2 per Orientalia Editrice. Tra traduzione medico-scientifica, insegnamento e orientamento professionale, il suo percorso mostra come la lingua possa diventare uno spazio di mediazione tra sapere specialistico, formazione e mondo del lavoro.

Appuntamento a lunedì 25 maggio.

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La fuga (un po’ di)

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L’arte della fuga / Giuseppe Pontiggia

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