A EL TOPO • libri e dischi usati, Soter Mulé ha incontrato per noi Mara Cortázar. Il 12 marzo, in libreria, è iniziato un ciclo di eventi in cui l’autrice presenterà la sua trilogia in versi, Il canto degli spiriti, raccontando per la prima volta Michele, l’Angelo e L’occhio del ciclone. I prossimi appuntamenti sono fissati per giovedì 19 e 26 marzo.


S. M. Ho incontrato la tua poesia ieri sera, da El Topo. Non la conoscevo, un’esperienza inaspettata. Cosa dà, a te, leggere la tua poesia? Quanto sono importanti il pubblico e il luogo?

M. C. Nel momento orale può succedere qualcosa di veramente profondo, è quello che cerco e che a volte riesce meno, altre meglio. Credo somigli a suonare, al senso del testo se ne aggiunge un altro, un senso che sta nel suono, nelle pause, nel timbro e che espande ancora di più quello delle parole. È un’invisibile e effimera manifestazione, è intoccabile ma si fa materia e, come il suono fa, attraversa la carne e vibra.
Le varie parti di un poema vengono dette canti… la poesia, quando le si dà voce, consente di ritornare in una zona potente dove la parola è segno di significati espansi, tutta emozione, tutta vibrante. Perché accada bisogna che si apra la porta dell’intuizione e si chiuda quella della logica. So di esserci stata quando mi diverto mentre lo faccio, come quando si fanno quei giochi che “sequestrano” il corpo, sugli slittini, nei tuffi, sugli sci (non so sciare, ma mi colpiscono il pericolo e la velocità). Ti butti, un po’ con la fiducia, un po’ con il rischio di vedere che succede. Niente di quello che sei rimane fuori dal gioco. L’incantesimo si rompe quando la testa chiede “Cosa sto facendo?”. E allora cadi.

Mi riesce benissimo da sola, quando provo. Stare sul palco è come spogliarsi. Eppure è proprio l’attenzione degli altri, il modo paradossale in cui sono fatte le cose vere, che partecipa alla riuscita. Forse perché si parla di vibrazioni, e più ce ne sono, più se ne creano. Per quanto riguarda il posto e visto quanto detto, perché il tutto sia agevolato, aiutano molto le luci basse, che si veda il meno possibile, se ciò che si cerca è di andare in un luogo sconosciuto.

S. M. Durante la lettura le tue parole mi portavano fuori, verso ricordi miei, e poi mi riportavano dentro al testo. Un’oscillazione continua tra il tuo racconto e il mio. Ne ho parlato con altre persone presenti e hanno descritto la stessa esperienza. A chi si rivolge la tua poesia? Cerchi questo effetto — questa specie di risonanza tra l’universale e l’intimo — o è qualcosa che semplicemente accade?

M. C. Penso che questa sia una qualità della poesia, dell’arte in generale; o meglio è uno dei tanti vestiti che indossa la poesia. Se una cosa è onesta, è universale, un simbolo riconosciuto che parla a tutti nella lingua personale di ognuno. Se mi dici che ti è successo, per me è emozionante, mi dà piacere. Non è nelle mie intenzioni, anzi avere un’intenzione, per me, non è mai un buon punto di partenza.

S. M. I tuoi poemi attingono sia alla metafisica e alla spiritualità che al quotidiano. È un flusso spontaneo o una intenzione consapevole?

M. C. A un certo punto ha cominciato a venir fuori un linguaggio che all’inizio ha imbarazzato anche me, non capivo da dove usciva e lo pensavo un retaggio di un’educazione cattolica. Ora invece sento forte l’esigenza di rivendicare la nostra parte spirituale che è moltissima e non combacia, almeno non solo e non sempre, con la religione in senso canonico. È qualcosa di più, e invece ha poco spazio e poca credibilità nella vita pratica e quotidiana. Parlare con gli animali, godere della luce del sole, sentire il dolore degli altri, tutto questo è spirituale.

S. M. Ho colto quello che mi sembra un dialogo con il sacro — non una religiosità di facciata, ma una riflessione teologica che attraversa i versi. Mi interessa sapere se è una lettura legittima o se sto proiettando qualcosa di mio.

M. C. È così. La poesia stessa è sacra, evoca un mistero che è della natura umana e la supera. Arriva da prima di noi, ci passa attraverso e continua.

S. M. Viviamo in un momento storico che per molti è devastante. Come pensi questo possa entrare — se entrerà — nella tua scrittura di domani?

Come e se scriverò domani, io non lo so mai. Ogni volta che finisco un lavoro mi chiedo se sarò in grado di farlo ancora. Posso sperare di essere un’antenna che riceve, e se troverò la frequenza giusta… mi pare un processo dove la mia volontà non ha potere.
Certamente ho le mie idee su ciò che mi piacerebbe dare alla comunità, perché ne faccio parte e vedo mancare intorno quello che manca a me e mi sembra di riconoscere negli inciampi degli altri anche i miei.
Sento sulla mia pelle l’effetto che fanno le cose, quelle che opprimono, che tolgono forza, che mortificano. E sento anche le altre, quelle che esaltano e nutrono, e questo mi orienta. Ma come prenderanno la parola, io non lo so.

S. M. Il mistero è azzurro di colore giallo è un poema nel senso pieno del termine.  Hai scritto anche in altre forme, o il poema lungo è il tuo territorio naturale?

M. C. Ho iniziato scrivendo testi per canzoni: il mio primo amore, che mai scordo. Poi poesie, che ancora scrivo e che sono come tagli, brevi aperture. Poi, anche per la voglia di vivere questa dimensione orale, per creare momenti di racconto e ascolto collettivo, ho iniziato a non pensare il punto come una fine, a rimanere un po’ di più, senza fretta.

S. M. Dove si possono trovare i tuoi libri?

M. C. Il primo La sera leoni, che è un’antologia, è una completa autoproduzione. Anatemica, il secondo poema impostato come un concept album sul corpo, è uscito per Sem Plumas, una piccola e coraggiosa casa editrice fondata da Guido Celli, grande poeta che pubblica lavori di poeti performer ma non ha distribuzione. Il terzo, Il mistero è azzurro di colore giallo è uscito per Sensibili alle foglie e forse è l’unico che può trovarsi nei canali classici (immagino possa essere ordinato online, non sono sicura si possa trovare in libreria). Quindi alla vecchia maniera, che forse non c’è mai stata, scrivendo a me o venendo ai miei spettacoli.

Da questa settimana inizio a portare in giro altri due poemi non ancora editi che seguono ‘Il mistero’ e formano così una trilogia che chiamo Il canto degli spiriti.


Tre testi di Mara Cortázar

Ci hanno chiamato gli alberi fin qui,
le foglie voce di madre uscivano dalla finestra
e noi dietro
che non abbiamo paura di niente
e soprattutto
non temiamo eroi
e non vogliamo esserlo noi.
Da Il mistero è azzurro, di colore giallo

Michele chiuse in cinque lacci l’elsa
stretto come al timone di una barca,
mosse lo sguardo sulla terra emersa
come cane da caccia quando cerca.

E sotto la stretta forte delle sue dita,
delle sue dita madri,
pulsava lucente il manico prezioso
come il cuore santissimo dei ladri.
Da Michele, l’Angelo

E io sento, e noi sentiamo
che è lì che va la cura,
non al pesce dentro al lago,
ma tutta verso l’amo,
alla salute del tuo braccio
e alla lunghezza dello spago
che tira su creature dall’abisso
ovunque atterri il lancio.
Bagnate capo e piedi di visione,
al mondo vanno, e partono dal gancio
dell’occhio canna da pesca del ciclone.
Da L’occhio del ciclone


Mara Cortázar ha autoprodotto l’antologia La sera Leoni nel 2020, pubblicato il poema Anatemica (ed. Sem Plumas, 2022) e Il mistero è azzurro, di colore giallo (ed. Sensibili alle foglie, 2024). Si interessa del suono e della voce come vibrazione materiale dell’essere, singolare e collettivo. Ha prodotto podcast per diverse radio e lavori di VideoPoesia.
Negli spettacoli mette in voce poemi e poesie per voce sola e per voce e synth.

In copertina: https://pin.it/2lmQQ5JIb

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