I suoi genitori gli avevano insegnato a tenere sempre in ordine le maschere nel cassetto delle maschere.
I componenti della sua famiglia ne possedevano almeno una decina ciascuno. Lui era ancora un bambino, pertanto non ne aveva molte: c’era quella del dolore, ad esempio; ne aveva una per le feste coi parenti, un’altra per i colloqui di lavoro che gli aveva regalato suo nonno, alla comunione, e che avrebbe indossato da grande, infine una di ottima fattura per le ragazze che di lì a breve, sperava, avrebbe cominciato a frequentare.
A casa sua, la questione delle maschere era presa molto sul serio. I suoi genitori l’obbligavano a indossarne una per mezz’ora al giorno, così da abituarsi pian piano a portarle. Il ragazzo fingeva di farlo e, allo scadere del tempo, andava dalla madre o dal padre, o da entrambi, e diceva solo: Finito!
Il suo cassetto delle maschere era lungo e alto, parte di un vecchio comò che la nonna gli aveva regalato poco prima di morire. Si vedevano tutti i pomeriggi. Sedevano insieme sul divano bianco e guardavano film. Le tende rosa dietro la televisione restavano chiuse quasi del tutto. Linee di sole, al principio spesse, poi sempre più sottili, filtravano tra le tende e si appoggiavano sul pavimento: il ragazzo sapeva che, nel momento in cui scomparivano, si era fatto il tempo di tornare a casa. Il giorno del funerale, i genitori gli consigliarono di indossare la maschera del dolore, ma lui non stette a sentirli e decise di uscire solo con la sua faccia, con le sue espressioni, ridicole, del volto, e tutto il resto in bella vista. Fu così che se lo ricordò per tutta la vita. L’unica cosa che si era portato dietro era un paio di cuffiette. Sulla via del ritorno iniziò ad ascoltare canzoni tristi e casuali: nei giorni successivi avrebbe imparato il titolo di ogni brano e recuperato interi dischi, seduto sul letto della stanzetta tappezzata di poster dei grandi musicisti che amava, sognando di diventare come loro. In quel momento immaginò di camminare per la strada con uno strumento tra le mani, uno qualunque, forse un violoncello, forse un contrabbasso, passare sotto le luci, un po’ curvo, mentre la folla in visibilio si apriva al suo passaggio. Si vide accettare di buon grado le pacche sulle spalle, il rumore degli applausi, il dolore al polso per i troppi autografi.
Quella sera i genitori gli ricordarono che l’uso della maschera era regolato da una serie di norme, alle quali non era consigliato sottrarsi. Lo fecero per il suo bene, perché vivere senza maschere era ormai una fantasticheria e, chi lo faceva, o era un pazzo o un rivoluzionario. Era inaccettabile non indossarne a un funerale, per dirne una. Chiunque piangesse in quelle occasioni era visto come un maleducato, oltre che come un tipo poco sveglio. Gli unici che avevano diritto a non indossare le maschere erano i parenti più prossimi e i bambini fino ai tredici anni. Al lavoro, ad esempio, in alcune aziende all’avanguardia, chi si presentava per tre volte senza era punito con una detrazione in busta paga e, forse anche peggio, con lo sguardo di disprezzo dei colleghi. Era del tutto normale vedere gente per strada che cambiava modo di fare, all’improvviso: uomini impacciati che si trasformavano in re della seduzione, o in tipi coraggiosi, dopo aver subito l’offesa di un altro automobilista, oppure donne che per paura di certi maschi padroni indossavano la maschera dell’assenso. Il ragazzo fu costretto a subirsi l’ennesima predica dei genitori, e allora, quasi convinto di essere nel torto, tornò nella sua stanza e prese ad aprire e chiudere il cassetto delle maschere. Le guardava con attenzione, lo richiudeva, andava in cucina a bere un bicchiere d’acqua, e quando tornava faceva tutto daccapo. Più tardi, prima di coricarsi, i genitori gli dissero che non avrebbe più frequentato la sua scuola, che l’ultimo anno delle medie lo avrebbe passato in un istituto fuori città, in periferia, dove poi tutta la famiglia si sarebbe trasferita, così da risparmiare qualche soldo, ora che la nonna non poteva più aiutarli con le spese. Rimase tutta la serata a fissare il soffitto e ad ascoltare la musica.
Non che nella vecchia scuola fosse così popolare, ma la nuova classe sembrava davvero ostile. Era l’ultimo anno delle medie, quindi trovava inutile fare amicizia con i compagni. L’uso delle maschere nelle scuole era ritenuto ancora illegale, seppur accettabile, tranne per i corsi di formazione che alcuni istituti tenevano nel pomeriggio; la sua nuova scuola era tra questi: in tanti avevano già cominciato a indossarle. Ce n’era uno in particolare, biondino, con i capelli che gli finivano puntualmente sugli occhi, che dopo aver stracciato le pagine dal libro di matematica di un altro studente senza alcun motivo, scappò via come in preda a un attacco di panico. Solo dopo si sarebbe venuto a sapere che utilizzava troppo spesso le maschere, e dalle ultime ricerche scientifiche era uscito fuori che un utilizzo smodato prima dei sedici anni era altamente sconsigliato. Il ragazzo allontanò quel momento pensando al pranzo che gli avrebbe cucinato la nonna, una volta tornato a casa. Probabilmente, si disse, sarà la solita pasta al pomodoro con tanto parmigiano, una cotoletta e una fettina di pollo vicino a una manciata di patatine fritte, e poi tanta, tantissima Coca-Cola fredda, mentre la nonna avrebbe versato per sé mezzo bicchiere di rosso, a quanto pare il cardiologo, almeno quello, glielo concedeva ancora.
Poi si ricordò che tutto era soltanto un ricordo.
Uscito da scuola prese a passeggiare tra erbacce cresciute spontaneamente e il sole del primo pomeriggio. Quando camminava, puntualmente, abbassava lo sguardo. Si lasciava distrarre dalle linee che dividevano i basoli e, a ogni passo, infilava la punta del piede dentro, come una danza accompagnata da una musica che sentiva soltanto lui. Si accorse poco più avanti di una sala prove, dove una ragazzina dai capelli arruffati e rossicci stava premendo tasti bianchi e neri, e anche se pareva lo stesse facendo un po’ a caso, il ragazzo restò a guardarla per qualche secondo come ammaliato, sperando che lei prima o poi si accorgesse della sua presenza. A osservarla bene, si rese conto di averla già vista: frequentavano la stessa scuola. Si erano incrociati sia all’ingresso sia all’uscita, ma evidentemente lei non l’aveva notato.
Quando la ragazza uscì, i loro occhi si incontrarono per la prima volta; lei però distolse subito lo sguardo. Eppure, quando lo raggiunse e lui se la trovò appena dietro, non ne restò sorpreso. In fondo aspettava quell’incontro da sempre. Non quella ragazza dai capelli arruffati e rossicci, ma una qualunque ragazza che, vedendolo camminare da solo, per strada, avrebbe deciso di parlargli.
«Sei un pervertito per caso?»
Lui estrasse le cuffiette dalle orecchie in un attimo.
«Come scusa?» rispose.
«Perché mi fissavi? Ci conosciamo?» chiese la ragazza.
«Frequentiamo la stessa scuola. E poi anche a me piace la musica.»
«Non ti ho mai visto a scuola»
«Oggi è stato il mio primo giorno.»
«Com’è andata?»
«Bene. Bene. Abbastanza. Bene.»
«Non sei né convinto né convincente» disse la ragazza. Si muoveva di continuo: prima era il tremolio a una gamba, poi i morsi all’interno della bocca, poi il buttarsi indietro i capelli.
«Non convinco mai nessuno.»
La ragazza sorrise, poi dopo qualche secondo:
«Questa è casa mia.»
Il ragazzo allungò il collo e notò che, oltre il cancello, vi era un enorme giardino con tanto di tavolo, sedie, amaca, fiori. Il ragazzo non la commentò.
«Sei molto, ma molto, ma davvero molto più strano di tutti gli altri che frequentano quella scuola» disse lei.
«Già.»
«Come mai?»
«Non saprei. Forse ho qualcosa che non va.»
«Questo è certo. Però mi fai ridere.»
Il ragazzo sentì le viscere esplodere di una strana contentezza che non aveva mai provato prima.
«Vienimi a trovare quando mi va di ridere, ok?» disse lei.
«E come faccio a saperlo?»
«Immaginalo» e prese a camminare verso casa.
Il ragazzo tenne lo sguardo su di lei fino all’attimo in cui il cancello si chiuse, poi si rimise le cuffie e tornò a casa alternando una normale camminata al suo modo di appoggiare i piedi sui bordi dei sampietrini.
Quella sera a cena non disse una parola. Quando tornò nella sua stanza riprese ad aprire e chiudere il cassetto delle maschere. Si ricordò di averne una, forse la migliore per fattura, costruita proprio per gli appuntamenti con le ragazze. Così, per la prima volta nella sua vita, si mise in piedi davanti allo specchio della sua stanza e appoggiò la maschera al viso. La fece aderire come gli avevano insegnato al negozio. Con le dita sistemò prima i lati, poi l’attaccatura dei capelli e infine all’altezza degli occhi, dove le maschere, a detta di tutti gli esperti, erano meno resistenti e per questo più difficili da far coincidere col volto. Dopo aver indossato la maschera si sentì più sicuro di sé, più fiducioso. In casa era da solo. Le volte in cui capitava, aveva una lista di attività ben specifiche da adempiere:
1. Masturbarsi per allentare la tensione.
2. Mangiare almeno dieci biscotti con gocce di cioccolato.
3. Guardare spezzoni di film vietati ai minori.
4. Mangiare almeno altri cinque biscotti durante la visione del film stando attento a non finire la busta.
5. Sentire musica a tutto volume nel soggiorno.
Durante la sessione di ascolto a tutto volume sentì bussare alla porta. I suoi genitori erano tornati prima del previsto.
«Abbassa immediatamente!» gli disse il padre appena entrato. «Alexa,» urlò il ragazzo «spegniti!». Il silenzio si impadronì dello spazio.
«Tua nonna è appena…,» disse la madre «se ti sente qualcuno, noi che figura ci facciamo?» continuò.
Il ragazzo prese a mordersi l’interno della bocca, sospirò e se ne andò in camera sua.
Il padre gli spiegò che sapeva perfettamente che la musica fosse il suo modo di sfogarsi, ma alle volte bisognava tenere in considerazione anche le apparenze. Gli ricordò che uno dei nobili motivi della creazione delle maschere era stato proprio questo: essere capaci di staccarsi dal dolore. Oltre che un’infondatezza, al ragazzo parve una banalità, così si buttò sul letto e provò a dimenticarsi di quanto, in effetti, si fosse sentito bene con una di quelle addosso.
Il giorno dopo, giusto un attimo prima di chiudere la cartella, prese la maschera degli appuntamenti e la ficcò nello zaino. Tornando a casa, come si aspettava, vide la ragazza rossiccia coperta dal sole dorato e avvolgente del primo pomeriggio, così si voltò per un attimo, aprì la cartella di fretta e furia e tentò di indossare la maschera che si era portato dietro.
«Che fai?» la ragazza lo colse all’improvviso mentre lui era ancora di spalle.
Lanciò la maschera nello zaino e si girò.
«Niente.»
«Quando qualcuno dice niente significa che di sicuro sta combinando qualcosa.»
«Sì?»
«Lo sanno tutti.»
«Non nel mio caso.»
«Ti credi tanto speciale tu?»
«No. Io? No.»
«Tu» disse prendendosi una lunga pausa.
«Io?»
«Tu sei davvero molto, ma molto strano» teneva gli occhi chiusi a metà per via del sole che le si era appiccicato in faccia. Continuava a guardarlo come se volesse scoprire qualcosa di più.
«Che c’è?» disse all’improvviso il ragazzo.
«Ti va di andare in un bar a mangiare qualcosa?»
«Cosa?»
«Ho tanta voglia di una pizzetta.»
«Una pizzetta?»
«Sì. Una pizzetta rossa, larga e…»
«Io in realtà dovrei andare a casa.»
«C’è la mammina che ti aspetta?» chiese lei.
Il ragazzo si ricordò che ad attenderlo c’era una casa vuota.
«Tu non hai nessuno che ti aspetta a casa?» chiese il ragazzo.
«Sei proprio…» tentando di cambiare discorso.
«Strano?»
«Tonto.»
Senza dire una parola lei prese a camminare e lui la seguì per un paio di metri, poi si allineò. Se si escludeva la mezz’ora al giorno con la maschera che i genitori gli imponevano, questa era la prima volta che preferì disubbidire, e sentì di nuovo quella strana sensazione allo stomaco, quell’insolito intruglio tra l’inseguire la vita nonostante faccia una gran paura e la gran paura di non riuscire a starle dietro.
Dopo essersi seduti la ragazza chiamò il cameriere.
«Prego» disse il tipo.
«Per me una pizzetta larga così,» e fece il gesto «piena, ma davvero piena, di mozzarella e pomodoro.»
«Ok. Per te?» chiese poi al ragazzo.
«Lo stesso anche per lui!» si intromise lei.
Poi il tipo si allontanò con l’ordine in mano.
Lui osservava la ragazza di sottecchi. Scoprì che muoveva la testa di continuo e ogni tanto fischiettava senza far rumore. Non c’erano finestre e la luce che entrava dalla porta iniziava a diventare fiacca, così il ragazzo guardò l’orario sul telefono e si rese conto che era pomeriggio inoltrato. Mentre il cervello rifletteva sul da farsi, gli occhi continuavano, da soli, senza che lui li comandasse, a guardare di nascosto quella ragazza magrolina e rossiccia, e si accorse del nasino all’insù, niveo e lentigginoso, e della chioma formata da decine e decine di boccoli che non si chiudevano mai, o ancora che portava una collanina sottile e dorata, senza alcun ciondolo.
«Vado un attimo in bagno» disse lui.
«A fare cosa?» chiese la ragazza.
«Cosa potrei mai fare in bagno?»
In realtà il ragazzo non aveva alcuna voglia di fare pipì. L’unica cosa che voleva fare era indossare la maschera. Pensò che potesse valerne la pena. Sì, ok, erano solo delle stupide maschere e lui continuava a essere del tutto contrario, certo, del tutto contrario, eppure, si disse, tante persone sono contrarie a un sacco di cose ma le fanno lo stesso, perché mai io dovrei sentirmi superiore? Così provò ad alzarsi, ma proprio mentre si incamminava venne fermato dal cameriere che poggiò le pizzette sul tavolo.
«Si fredda, vai dopo!» disse lei.
Il ragazzo acconsentì, poi tornò a parlare:
«Domani andrai al corso pomeridiano per l’utilizzo delle maschere?» chiese.
«Io? Io non ho bisogno di quella stupida finzione in faccia» rispose lei.
Il ragazzo si sentì galvanizzato da quella risposta. Tra tutte le risposte del mondo, per lui, era l’unica giusta da dare.
«È proprio quello che penso anch’io!» disse. «A che ci serve quella roba?»
Non fu l’unico pomeriggio che i due passarono insieme. Si vedevano ogni giorno fuori scuola e ogni giorno ne inventavano una diversa: rubavano mele al mercato, facevano a gara a chi riusciva a correre più veloce, mangiavano anche due o tre pizzette, provavano a fumare sigarette abbandonate per la strada, andavano nel punto più alto del paese per scoprire di che consistenza fossero le nuvole e il ragazzo fingeva di saperlo, allora lei gli dava una leggerissima spinta e lui saltava, e poi ridevano, e ridevano, e ridevano. Per quanto lei fosse la forte della coppia, determinata e sicura di sé, il ragazzo si accorse che l’unico momento in cui appariva davvero indifesa era quando ascoltavano la musica. Ogni giorno si ritagliavano almeno un’ora per farlo: ascoltavano vecchie canzoni, lui con la cuffia destra, lei con la sinistra, finché la noia non li spingeva verso altri lidi.
Senza di lei, tutta l’esistenza, cominciava a sembrargli un surrogato della vita; non si divertiva più se non poteva contarle i boccoli rossi semichiusi. Ogni canzone, quando non l’ascoltavano insieme, somigliava alla canzone di prima. Così, in uno di quei pomeriggi, dopo aver fatto due tiri di sigaretta, i due si baciarono. Dopo pochi secondi lei si staccò e gli disse che poteva migliorare tanto, ma davvero tanto, così il ragazzo lo rifece, ma lei aggiunse che potevano baciarsi soltanto una volta al giorno. Poi si staccò e cominciò a correre giusto per il capriccio di farsi prendere. Quando l’acchiappò, lei gli chiese una cosa all’orecchio: di scappare insieme, di partire, di andarsene per sempre da quel paese che li imprigionava nella noia, nelle regole, nei doveri. Il ragazzo disse di sì senza pensarci. Non gli sarebbe mancato nulla di tutto questo, né la scuola né i genitori, né la musica che non sapeva neanche più se amava, né quell’inutile cassetto delle maschere. Niente. Niente di niente. Avrebbero vissuto on the road, campando di piccoli furti, di espedienti, di elemosina, d’altronde chi non aiuterebbe due ragazzini?, pensò.
Si diedero appuntamento al giorno successivo. Si sarebbero visti nella villa di lei subito dopo scuola. Un solo zaino a testa. Viaggiare leggeri era fondamentale. Dove sarebbero andati non lo sapevano.
L’ultima notte in casa sua, il ragazzo la trascorse steso sul letto, a fissare la stanza. Si ricordò che non sapeva dove avrebbe dormito l’indomani, e questo gli faceva sentire una specie di morsa allo stomaco. Era così contento di quello che avrebbe vissuto. Era così perfetto. Così perfetto da sembrargli irreale.
Il giorno dopo, finite le lezioni, prese a camminare più veloce del solito verso la villa della ragazza. Lei gli aveva detto di entrare nel giardino e raggiungerla. I suoi genitori non c’erano. Avrebbero preparato insieme uno zaino pieno di provviste e sarebbero finalmente partiti.
Quando il ragazzo varcò il cancello notò un tavolo enorme lasciato all’incuria con tre sedie intorno, un’altalena arrugginita e un’infinità di erbacce color verde scuro. Poi entrò in casa e disse a voce bassa: «C’è qualcuno?», ma nessuno rispose. La casa era davvero grande, molto più grande di quello che si aspettava, almeno un paio di volte più grande della sua. Sentì una vecchia canzone provenire dai piani superiori. Una di quelle tristi che ascoltavano sempre. Iniziò a salire adagio una rampa di scale. A ogni gradino, la canzone suonava in modo più vivido. Aprì lentamente la porta socchiusa della stanza della ragazza, la vide di spalle, intenta a riporre alcuni vestiti in una valigia blu, eppure non gli sembrava lei. Le somigliava in tutto e per tutto, ma non aveva quell’energia nelle braccia, nella schiena e neanche nei capelli rossi che lui tanto amava.
Fece un passo in avanti. Proprio in quel momento la ragazza aprì un cassetto lungo e alto e indossò una maschera che somigliava tanto a una di quelle perfette per gli appuntamenti.
Non appena la mise, tornò a essere quella di tutti i pomeriggi che finivano solo quando il sole rientrava. Il ragazzo si fermò, i suoi respiri erano corti e accennati, sbatté le palpebre per tre quattro volte e abbassò lo sguardo.
Indietreggiò di pochi passi e, voltandosi, se ne andò dalla villa.
Sulla via del ritorno, mise una sola cuffietta, quella destra. Passò il resto del pomeriggio nella sua stanza, ad aprire e chiudere il cassetto delle maschere.
Raffaele Cars
Raffaele Cars (Napoli, 1992) esordisce nel 2015 con un racconto nell’antologia Infinito Presente. Con Homo Scrivens pubblica i romanzi La Giovinezza al Tempo degli Orsi (2018) e L’Inferno è dietro l’Angolo (2023). Negli anni firma racconti su riviste e antologie, scrive podcast, contenuti web e ottiene riconoscimenti, tra cui il Premio Nabokov con il racconto Polpette al Cuore di Lars. Il suo progetto più recente è la raccolta di racconti in ebook Racconti per assecondare la malinconia, arrivata al primo posto su Amazon nella categoria “Racconti per ragazzi”.
In copertina: https://pin.it/2KLlVcUUh



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