«Tranquillo, lei sta bene, non ha niente» gli disse il medico dopo aver esaminato con attenzione la sua folta capigliatura ricorrendo persino alla lente di ingrandimento e ad apposite lampade con cui aveva osservato i capelli quasi uno a uno. «Non ce ne sono, non ce ne sono proprio, può stare tranquillo. Sta bene. Se ne torni a casa fra le sue colonne doriche» concluse sorridendo e stringendogli amichevolmente la mano. Ma già sulla via del ritorno, camminando tra la folla e le vetrine scintillanti, Anobi si accorse che erano tornati. Se ne accorse dal prurito insopportabile e dall’ingombro crescente che sentiva in testa. Rientrato a casa, non ebbe neppure bisogno di guardarsi allo specchio. Gli bastò affondare le dita fra i capelli e ne estrasse in grande quantità. Sono tornati, pensò.
Ma era già ora di cena, mise nel microonde dei legumi surgelati e apparecchiò con posate e bicchiere il tavolo. Fuori si sentivano sirene di ambulanze. Il rumore del traffico gli dava ai nervi più del solito.
Mangiò in fretta, a grandi cucchiaiate, per paura che qualche baco potesse precipitare dai capelli nel piatto. La sua testa ne brulicava.
Piccoli e bianchicci, si agitavano fra le ciocche muovendo i loro capini come fossero ciechi o affamati. Erano tornati. Ed era sempre peggio. I bachi ora scendevano dai capelli e gli invadevano il viso, entravano nelle narici, nelle orecchie e se non faceva attenzione gli sarebbero potuti entrare persino in bocca. Dal forte prurito in tutto il corpo si accorgeva che, scendendo dalla nuca, penetravano sotto i vestiti annidandosi nelle parti più pelose, lo scroto per esempio. Più ne toglieva, più ne rispuntavano. Cadevano giù e occupavano il tavolo, il pavimento, ogni angolo. Basta! Allora decise di scappare, aprì la porta come per cercare respiro, ma anche la strada era invasa da una nuvola di bachi volanti che risaltava in controluce, intorno ai lampioni della sera. Richiuse la porta inorridito.
Afferrò il cellulare e chiamò Andromeda.
«Sono tornati.»
«Chi?»
«I bachi.»
«Davvero? Ma ne sei sicuro?»
«Certo. Ne ho i capelli pieni. Ma ce ne sono dappertutto! Bachi, ti dico. Anche fuori, per strada. Dappertutto.»
La ragazza esitava, non sapeva cosa dire. La telefonata si interruppe. E intanto i bachi si moltiplicavano, sembravano anche crescere in dimensione. Saltellavano con balzi sempre più alti. Devo catturarne qualcuno e portarlo dal medico; per mostrarglieli, si disse.
Si affacciò alla finestra e guardò la città tutta avvolta in una nevicata di bachi. Provò a telefonare a Gemma.
«Gemma, sono tornati.»
«Eh? Chi?»
«I bachi.»
«Ma cosa dici? Ancora con questa storia?»
«Non mi credi, vero?»
La telefonata si interruppe nuovamente, forse quella sera la connessione era disturbata.
Provò a telefonare ancora. A Emma, a Lucia. Ma niente, la linea cadeva sempre. Rimase a lungo sul divano a guardare imbambolato la TV. E intanto i bachi riempivano ogni angolo. Strisciando si arrampicavano sullo schermo e si confondevano, un po’ annebbiandole, con le immagini che vi scorrevano.
Si fece molto tardi, non restava che andare a dormire, ma prima prese una manata di bachi e li imprigionò in un barattolo. Per mostrarli al dottore.
Dovrò abituarmi, pensò, mentre cercava di prendere sonno.
Dopo una dormita pesante e ipnotica, la mattina si svegliò di colpo e il pensiero dei bachi tornò subito a galla. Ma incredibilmente lenzuola e cuscino erano puliti. Il prurito scomparso. Si passò le dita fra i capelli e di bachi nessuna traccia. Una lama di sole illuminava la stanza, filtrando dalla finestra socchiusa. Si affacciò. Strade linde, solito traffico cadenzato.
In casa solo uno scarafaggetto attraversava frettoloso il corridoio, ma era nero perciò non poteva essere un baco.
Suonarono alla porta. Era Andromeda.
«Sono passata a salutarti, ieri sera mi sembravi troppo agitato. Cosa ti è successo?»
La ragazza entrò e il suo gran corpo occupava quasi tutta la stanza. Il suo testone ricciuto sfiorava il soffitto.
«Cosa avevi? Non ho capito bene.»
Eh, i bachi; pensò Anobi. Ma cosa rispondere? Ormai erano scomparsi e non aveva più voglia di parlarne.
Andromeda gli toccò affettuosamente la spalla calando dall’alto la sua manona. Tentò anche di fargli una carezza sulla guancia.
«Cosa avevi?»
«Ma niente. Niente avevo. Le mie solite paranoie. Piuttosto, cosa fai stasera? Se vuoi, passo da te e andiamo a bere qualcosa insieme.»
«Stasera non posso. Invece fammi un caffè che poi devo scappare al lavoro. Mi aspetta una giornata dura. Pesi da sollevare, angeli da inchiodare.»
In cucina Anobi prese il barattolo del caffè, lo aprì per caricare la caffettiera, ma dovette richiuderlo subito. Era pieno di bachi. Si ricordò: erano quelli che aveva catturato per portarli dal dottore.
La ragazza notò il gesto.
«Cosa c’è in quel barattolo?»
Anobi esitò un momento ma si riprese subito:
«Accidenti, è vuoto! Il caffè è finito, non me lo ricordavo. Vieni, usciamo insieme, te lo offro al bar qui vicino.»
«No, no, grazie. Vado di fretta.»
«Allora ciao, grazie di essere passata. Ah, volevo dirti… se ci sono angeli da inchiodare, sempre pronto a darti una mano.»
Passò appena mezz’ora e bussarono di nuovo. Stavolta era Gemma. Ancora più grassa di Andromeda, invase la stanza e Anobi quasi soffocava a vedersela così vicina e ingombrante. Aveva un aspetto minaccioso, Anobi lo capì subito.
«Insomma! Ma cosa avevi ieri sera? Mi hai fatto paura con quella tua voce stravolta. Ma guarda che non mi imbrogli, carrrrrrinooo!»
Anobi abbassò gli occhi.
«Niente… Non avevo niente. Tutto passato.»
«Sicuro?»
«Non mi credi, vero?»
Fuori si sentivano sirene di ambulanze.
«Non mi credi, vero?»
«Certo che non ti credo. Anzi, non ne posso più di questa storia dei bachi! È una squallida scusa, un pretesto per non venire a trovarmi. Cosa credi? Lo so qual è il vero motivo per cui ieri sera non ci siamo visti. Sei stato con quell’altra, con quella cicciona di Andromeda. Altro che bachi. Non ne posso più delle tue bugie, dei tuoi bachi, dei tuoi tradimenti!»
«Ma cosa dici, Gemma? Come puoi pensare una cosa simile?»
«Ah, sì? E allora dove sono finiti tutti quei bachi? Te li sei mangiati? Qui non ne vedo proprio. E neppure fuori. Figuriamoci!»
«Ieri sera qui era pieno… Ero terrorizzato.»
«E allora dove sono finiti?»
«Non lo so. Ma meglio così. Anch’io non ne posso più di questa storia. Ieri sera ce n’erano dappertutto, anche fuori, per strada. Credimi.»
«Come faccio a crederti? Dovrei almeno vederli, per crederti. Invece…»
«Invece stavolta ho una prova!»
«Che prova?»
«Aspettami qua» disse Anobi, e scomparve dietro la porta della cucina.
Poco convinta, la ragazza si sedette sul divano occupandolo quasi tutto col suo culone. Tamburellando nervosa con i salsicciotti delle dita, si guardava intorno osservando le pareti tutte affrescate da un discendente di Giotto. Ambientate a New York, Londra, Parigi, Dubai, fra grattacieli gotici e scale mobili lanciate verso l’infinito, le pitture rappresentavano Vite di Santi sconosciuti alle prese con qualche indecifrabile miracolo.
Passarono dieci minuti. Poi un quarto d’ora, poi mezz’ora e Anobi non si vedeva. Gemma era stufa.
Nel frattempo lui, appena arrivato davanti al barattolo del caffè, aveva cominciato a sudare freddo. Gli si avvicinava, ma non aveva la forza di toccarlo. Si sentiva agitatissimo, poi debole e confuso. Perse il senso dello spazio e del tempo. Lui e il barattolo si guardavano fissi.
Fu scosso dalla voce stridula di Gemma: «Insomma, cosa fai in cucina? Quanto devo aspettare ancora? Sto perdendo la pazienza, carrrrrinooo.»
Con le mani che gli tremavano, allora Anobi impugnò il barattolo e si diresse verso il divano, ma non aveva il coraggio di aprirlo. Esitava. Poi allungò il braccio e porse il barattolo a Gemma.
«Ecco, guarda cosa c’è qua dentro.»
Prima di aprirlo la ragazza guardò interrogativa Anobi.
«Non dirmi che ci sono bachi. Non ci crederò mai.»
«Apri e guarda.»
Gemma svitò il coperchio, guardò e lanciò un urlo ultratellurico.
«Mamma mia, è orribile!»
«Visto?»
«Ma questi non sono bachi!»
«Eh?»
«Io vedo solo angeli. Angeli da inchiodare. Che schifo!»
«Ma cosa dici? Fammi vedere.»
Anche Anobi avvicinò gli occhi al barattolo e dovette riconoscere che aveva ragione Gemma.
«Questa è una prova, sì; ma non di quello che mi vuoi far credere. È la prova che qui c’è stata Andromeda, è lei quella degli angeli! Sei stato con lei, adesso non puoi più negarlo.»
Anobi era frastornato. Cosa rispondere?
«Calmati Gemma, posso spiegarti. Le cose non sono come credi.»
«Ma sei stato o non sei stato con lei?»
«Beh, sì. È passata di qua, stamattina, ma solo un momento, voleva solo sapere come stavo, com’era finita con i bachi…»
«Lo sapevo! Sei un porco, un traditore!»
«Ma no. Ti prego, credimi. Le cose non stanno così… È rimasta solo pochi minuti. Non ha preso neppure il caffè. Aveva fretta. Troppi pesi da sollevare, ha detto; e troppi angeli da inchiodare. Così ha detto. Ha detto solo “angeli da inchiodare”. E poi è scappata via. Ti giuro, è scappata, non abbiamo fatto nulla. Non è come credi.»
Gemma non stette più a sentirlo. Senza dire nulla, con passo elefantesco e occhi da diavola uscì sbattendo la porta.
Fuori pulsava la città, di nuovo avvolta in una nuvola di bachi.
Anobi rimase immobile dietro la porta, perplesso. Sconsolato. Non sapendo cos’altro fare, si buttò sul divano dove si era seduta Gemma. Si sentiva stanco e inutile. Svuotato.
Eh, gli angeli. Quelli sì che sono pericolosi. Altro che bachi! Da inchiodare, da inchiodare tutti. Uno per uno.

Alfonso Lentini


Alfonso Lentini nasce a Favara (AG) nel 1951. La sua attività spazia dalle arti visive alla scrittura. Laureato in filosofia, si è formato nel clima delle neoavanguardie siciliane del secondo Novecento frequentando a Palermo l’area di autori che faceva capo a Gaetano Testa e alle riviste “Fasis” e “Per Approssimazione”. Dalla fine degli anni Settanta vive alle falde delle Dolomiti, a Belluno. Fra i suoi libri: Noi siamo i lupopesci (pièdimosca 2023), Le professoresse meccaniche e altre storie di scuola (con tre righe augurali di Ermanno Cavazzoni, Graphofeel, 2019), Tre lune in attesa (postfazione di Giovanni Duminuco, premio Formebrevi, ed. Formebrevi, 2018), Illegali vene (prefazione di Eugenio Lucrezi, Collana Cento d’Autore, Eureka, 2014). Ha collaborato con diverse riviste: Anterem, Ballyhoo – Quotidiano dei Poeti, Colophon, L’immaginazione, L’Indice, Nuova Thècne, Quaderni del Collage de ‘Pataphisique, Stilos, Terra del Fuoco, Testuale, Zeta e, in rete, Bac Bac, La morte per acqua, La Recherche, Le reti di Dedalus, Mirkal, Mr Dedalus, multiperso, Niederngasse, Poème de Terre, Utopie del desiderio, Utsanga. La sua prima personale risale al 1976. Nelle numerose mostre e installazioni tenute in Italia e all’estero propone “poesie oggettuali”, scritture verbo-visive e asemiche, libri oggetto, libri d’artista e in generale opere basate sulla valorizzazione della parola nella sua dimensione materiale e gestuale.

Una risposta a “Angeli da inchiodare”

  1. […] Angeli da inchiodare, Alfonso Lentini (5 marzo 2026) […]

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La fuga (un po’ di)

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