A cura di Claudia Putzu
Avevo voglia di scrivere, ma non sapevo da dove iniziare. Di solito, quando è così, consiglio ai miei autori, autrici, ma anche ai miei alunni, di annotare la primissima cosa che viene in mente, e la prima, nel mio caso, in questo caso, è stata che L’eclisse, diretto da Michelangelo Antonioni, è lunghissimo. Sì, è lunghissimo, e non perché dura due ore, ma perché il tempo che dura si protrae in una maniera che la sua stessa durata non può contenere. È forse qui che l’incomunicabilità, parola d’ordine di qualsiasi critico in riferimento al film e alla trilogia inscritta sotto il medesimo segno e di cui si pone a chiusura, preceduto da L’avventura e La notte, giace? Nelle immagini, nelle frasi e nei silenzi che sedimentano e continuano ad abitarci tanto pure una volta conclusi?
Possibile.

Come proseguiamo? Sì, esplicitando le ragioni per cui questo articolo esce oggi, 29 settembre… beh, in data odierna, a Ferrara, veniva al mondo il regista: il calendario de “La fuga” si costruisce su basi e motivazioni alquanto banali. E come mai le connessioni che ne verranno? Non lo so, mi accodo alle parole del pilota – già le abbiamo citate –: la cosa più difficile quando si guida un aereo è arrivare dove si vuole arrivare, soprattutto se si tende a procedere per accumulazione. Ecco, l’incomunicabilità, mi dico, deriva anche da questo, dall’accumulazione che caratterizza i primi frame, scene brevi, silenzi, spazi in successione, numeri che scorrono sul tabellone di una sala, e la gente è ammassata, in attesa di non si sa quale motivazione… e farfuglia, farfuglia di questioni irrisolte, politiche, di assenze, di vuoti. Quando Jung iniziò la sua carriera indipendente da Freud, mentore e amico, ricevette nello studio un signore, un paziente di mezza età, sposato ma in una relazione extramatrimoniale, con un sogno ricorrente a tormentarlo: 2477; esatto, quest’uomo sognava un numero – 2477. Al tempo, l’analisi dei numeri nei sogni era molto in voga, l’interesse era stato lanciato proprio dalle teorie freudiane. Jung decise di procedere ricercando un sistema di associazioni libere scaturito da esso: nel sogno era separato, due per due, 24 e 77. Jung chiese poi alcune informazioni come la sua data di nascita, della moglie, dei due figli e dell’amante; mise le cifre in colonna e come risultato uscì precisamente 2477. La conclusione fu chiara, e ci può aiutare: quando la telecamera inquadra i numeri sul tabellone, a momenti adoperati come stacchi, transizioni tra discorsi sconnessi e una confusione inscalfibile, Antonioni sta dicendo altro, o meglio sta mostrando una facciata a coprire un conflitto personale, collettivo, interno, frantumabile ma non riducibile (o risolvibile). Guardando Monica Vitti lasciare la casa che condivideva con il marito, una domenica mattina, e percorrere una strada vuota per consumare l’ultima colazione nel loro bar preferito, ho pensato che piacerebbe anche a me, trascinare una routine o un’abitudine in una giornata che ne ammetterebbe assenza o sospensione. Mi piacerebbe avvicinare un “di sempre” ad alcuni toponimi, non aver bisogno di descriverli agli altri, rendere sufficiente quel “di sempre” per lasciar intendere che sono speciali, magari a me somiglianti. Invece sono balordi, i luoghi, al contempo indispensabili per colmare la mancanza lasciata da personaggi inattivi, stravolti da un dentro e da un fuori – Deleuze, nel saggio su Foucault, lo spiega meglio:
Già nella Nascita della clinica Foucault aveva mostrato come la clinica portasse alla superficie il corpo, ma anche come in seguito l’anatomia patologica introducesse in esso piegamenti profondi, non una ricomparsa della vecchia interiorità, piuttosto un nuovo dentro di questo fuori. Il dentro come operazione del fuori: in tutta la sua opera Foucault sembra essere perseguitato da questo tema di un dentro che sarebbe solo la piega del fuori, come se la nave fosse un piegamento del mare. A proposito del folle lanciato sulla sua nave, nel Rinascimento, Foucault diceva: “È posto al l’interno dell’esterno e viceversa […] prigioniero in mezzo alla più libera, alla più aperta delle strade: solidamente in catenato all’infinito crocevia. È il Passeggero per eccellenza, cioè il prigioniero del passaggio”. Il pensiero ha lo stesso essere di questo folle. “Rinchiudere il fuori, facendone una interiorità d’attesa o d’eccezione”, diceva Blanchot a proposito di Foucault.
È la finestra antonioniana che separa; il vetro non è lo specchio che riflette, contrappone, talvolta diluisce, immagini: continuava Deleuze affermando che il vero interesse di Foucault non fosse tanto per ciò di cui sopra, ma nel doppio, non nell’accezione decadente, wildiana, piuttosto doppio come «interiorizzazione del fuori. Non uno sdoppiamento dell’Uno, ma un raddoppiamento dell’Altro. Non la riproduzione dell’io Stesso, ma una ripetizione del Differente. Non l’emanazione di un Io ma l’immanentizzazione di un sempre altro o di un Non io». In La psicoterapeuta bellissima, Ottiero Ottieri (che ha partecipato alla sceneggiatura de L’eclisse) scrive: «[…] questo è il postmoderno». Come lo spieghiamo, il postmoderno? Se dovessi raccontarlo a un bambino, citerei a spanne Un romanzetto canaglia, Roberto Bolaño: Bianca è una ragazza romana, vive sola con il fratello a seguito della morte dei genitori, arrancano fino a che lui non entra in giri poco chiari e le loro vite si incrociano con due individui poco raccomandabili, insieme organizzano un colpetto a un’ex star del cinema caduta in disgrazia. Bianca si invaghisce di Maciste: una mattina, nella strada verso il lavoro (fa la shampista) sente come se le strade stessero cambiando: a essere annientato è il mito dell’immutabilità di una cartografia (esistenziale) di per sé in costante riscrittura. Il postmoderno è nello scarto, nelle fessure, nei posti lontani – l’Africa immaginata da Bianca, il Kenya ne L’eclisse di Antonioni – in quei cubicoli baconiani costellati di spifferi. La finestra antonioniana non è hopperiana – non è strumento per osservare un interno (una solitudine) altrimenti celato, o un esterno lontano; il regista restituisce una prossimità astrale, nel senso tipica degli astri, che non include contatto. Chissà se Foucault ci ha pensato: nulla come un astro è passeggero, prigioniero del passaggio. Pochi giorni fa, in una storia su Instagram ho letto “sei trascorsa”: trascórrere (letter. ant. transcórrere) v. tr. e intr. [dal lat. transcurrĕre, comp. di trans- «trans-» e currĕre «correre»] (coniug. come correre). – 1. tr. a. letter. Correre, o anche soltanto passare, avanzare attraverso. L’ausiliare in essere silenzia il conflitto. Antonioni ribalta la prima ed essenziale lezione di narratologia, confermandola: se non c’è conflitto, non c’è la storia; è la sintesi delle relazioni contemporanee, lasciare la parola al conflitto e alla risposta che ne consegue condurrebbe a risultati felici o no, ma che non possiamo permetterci, o così pare. Sembra dire, la trama è un insieme di traiettorie incidentali e di separazioni, di orbite da cui si entra ed esce, e circolarità consolatorie ma inesistenti: la trama chiama dissoluzione. Si affranca in espressioni di frequenza messe in bocca ai personaggi, durante un incontro che entrambi sapevano sarebbe stato l’ultimo: la promessa di una restanza luminosa dietro il disco lunare.
Claudia Putzu



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