A cura di Giorgia Renna

Con Non eravamo che principianti (Astarte, 2026), Guido Ruffinatto costruisce un romanzo corale che affronta il tema dell’HIV senza mai cedere né alla retorica del dolore né alla freddezza del reportage sociale. Il libro prende forma attorno a un luogo preciso — l’ambulatorio dove si effettuano i test — che diventa progressivamente uno spazio simbolico: una soglia in cui i personaggi sono costretti a fare i conti con la paura, il desiderio, il senso di colpa e la possibilità di ridefinirsi.

La forza del romanzo risiede soprattutto nella costruzione dei suoi protagonisti. Luca, adolescente sieropositivo dalla nascita, è il personaggio che più di tutti concentra il nucleo emotivo della narrazione. Ruffinatto evita accuratamente di trasformarlo in un simbolo o in una vittima esemplare: Luca è un ragazzo ironico, vulnerabile, spesso arrabbiato, che vive il peso dello stigma come una seconda malattia invisibile. La sua quotidianità scolastica, il rapporto ambiguo con gli altri e il bisogno quasi disperato di essere percepito come “normale” lo rendono estremamente credibile.

Accanto a lui si muove Giulia, forse il personaggio più dinamico del romanzo. Dopo un rapporto sessuale non protetto, la sua sicurezza apparente si sgretola nell’attesa del test. Ruffinatto descrive con efficacia la trasformazione psicologica di Giulia: da ragazza impulsiva e istintiva a figura attraversata dall’ansia, dalla vergogna e dalla paura del giudizio. Il romanzo suggerisce come il terrore non nasca soltanto dalla possibilità della malattia, ma soprattutto dal crollo improvviso dell’idea che si ha di sé.

Molto interessante è anche Nagoya, giovane dottoressa dell’ambulatorio. In un libro che parla continuamente di vulnerabilità, Nagoya rappresenta il paradosso di chi dovrebbe accogliere il dolore altrui mentre cerca disperatamente di contenere il proprio. Il trauma del figlio mai nato attraversa il personaggio in modo sommesso, senza monologhi esplicativi o scene melodrammatiche. Ruffinatto preferisce affidarsi alle pause, ai silenzi, ai gesti minimi: è proprio questa sottrazione narrativa a dare profondità alla figura di Nagoya.

Marco, il cuoco in crisi esistenziale, che arriva in ospedale quasi per caso, introduce invece un’altra dimensione del romanzo: quella della disillusione adulta. Il suo percorso è forse il più “laterale”, ma anche quello che permette al libro di allargare il discorso oltre il tema sanitario. Marco è un uomo che ha smesso di credere nella direzione della propria vita; il test HIV diventa per lui non soltanto una paura medica, ma il detonatore di una revisione radicale della propria identità.

Dal punto di vista stilistico, Ruffinatto sceglie una lingua asciutta, molto dialogica, capace di alternare leggerezza e tensione emotiva. I dialoghi tra Luca e Giulia, così come quelli ambientati nel bar vicino all’ospedale, restituiscono una naturalezza rara nella narrativa contemporanea italiana. L’ironia non viene mai usata per neutralizzare il dolore, piuttosto per renderlo sopportabile. In questo senso il romanzo ricorda certa narrativa generazionale che lavora sui dettagli quotidiani più che sui grandi eventi.

Il titolo, Non eravamo che principianti, assume allora un significato più ampio: non riguarda soltanto i personaggi giovani, ma tutti coloro che nel libro si scoprono impreparati davanti alla fragilità. Nessuno possiede davvero gli strumenti per affrontare il corpo, la perdita o il desiderio; tutti, in modi diversi, imparano a vivere mentre stanno già vivendo.

Se alcuni snodi della trama appaiono talvolta prevedibili e certi passaggi rischiano una lieve schematicità psicologica, il romanzo riesce comunque a distinguersi per autenticità e misura narrativa. In un panorama letterario spesso dominato dall’eccesso emotivo o dalla ricerca dell’effetto, Ruffinatto sceglie invece la delicatezza. Ed è proprio questa delicatezza a rendere Non eravamo che principianti un esordio narrativo di notevole interesse.

Giorgia Renna


Guido Ruffinatto (Torino, 1978) alterna la presenza in cucina a quella nelle redazioni giornalistiche, ha collaborato con enti pubblici e quotidiani, e diretto cucine a Torino, Londra, Cuba. Oggi lavora in un’agenzia di consulenza e comunicazione sui temi della sostenibilità, cucina in casa e insegna all’Università della Terza Età.

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La fuga (un po’ di)

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