Tradurre può significare attraversare territori molto diversi: dai protocolli clinici della ricerca contemporanea ai testi del cinese classico, dove pochi caratteri custodiscono secoli di stratificazioni culturali. Ambiti lontani tra loro solo in apparenza, perché in entrambi i casi il passaggio da una lingua all’altra richiede attenzione al contesto, capacità di interpretazione e responsabilità verso ciò che il testo porta con sé.
Claudia B. Unali è autrice dei manuali di grammatica cinese CPP – Cinese Per Pessimisti vol. 1&2 pubblicati da Orientalia Editrice e attualmente in uso in diversi corsi degli atenei italiani. Da più di quindici anni insegna lingua cinese a studenti universitari, affiancando all’attività didattica la professione di traduttrice medico-farmaceutica e quella di International HR Specialist. Cura inoltre percorsi di preparazione ai concorsi ministeriali per docenti di lingua cinese e conduce workshop presso università, aziende ed enti di formazione sull’orientamento nel mondo del lavoro e sulle opportunità di carriera con la lingua cinese. Di recente ha curato il volume Piccola antologia cinese del macabro e del fantastico per ABEditore, frutto del corso di traduzione dal cinese classico che ha tenuto per La Bottega dei traduttori – prima edizione. Nata in Italia nel 1983, ha vissuto in Cina, nel Nord Europa e nel Regno Unito, approfondendo lo studio delle lingue e delle culture. Appassionata di tè e di tradizioni, ama la formalità britannica e la ritualità cinese.
In questa intervista Claudia B. Unali ripercorre il proprio percorso tra insegnamento e traduzione, raccontando cosa significa lavorare tra la precisione richiesta dai testi medico-farmaceutici e la complessità del cinese classico.

Come sei arrivata alla lingua cinese e alla traduzione, e in particolare alla traduzione medico-farmaceutica?
Poco prima degli anni 2000 non avevo grandi canali d’ispirazione, ma era il momento di scegliere un percorso universitario. Oggi lə ragazzə quando scelgono pensano al futuro lavorativo, ma all’epoca, o forse fu così per me, avevo solo una forte urgenza: soddisfare la curiosità. Così la Cina, che era un paese remoto, in via di sviluppo e non offriva prospettive di carriera come al giorno d’oggi, fu oggetto della mia urgenza. Come funzionava quella lingua? Quali differenze culturali avrei sperimentato una volta raggiunta l’altra parte del mondo? Cosa avrei trovato laggiù? Dopo il conseguimento della laurea in Italia, ho proseguito gli studi a Pechino. Successivamente mi sono specializzata a Londra in traduzione medica e alle università di Oxford, Durham e Cambridge in International HR managing. Ho sempre continuato a studiare conseguendo diplomi di aggiornamento negli ambiti di didattica delle lingue, HR e traduzione, tra l’Italia e l’estero, principalmente Regno Unito e in Repubblica Popolare Cinese. Parliamo ormai di più di vent’anni fa: non posso dire di aver sempre avuto le idee chiare su cosa avrei voluto fare nel futuro, ma ho scelto i percorsi che più mi appassionavano ed erano compatibili con le mie capacità, per poi trasformare le competenze acquisite in esperienza, e infine in professione.
Il tuo lavoro intreccia insegnamento, consulenza e traduzione. In che modo queste tre dimensioni si influenzano a vicenda?
Si influenzano e integrano in continuazione, seguendo un filo conduttore quale l’osservazione dell’altrə. Ascoltare, osservare, analizzare e comprendere ambienti e persone in momenti diversi mi aiuta molto a sapere come gestire le situazioni. Sono serviti approfonditi e prolungati percorsi di studio e specializzazione, e l’esperienza sicuramente aiuta a consolidare le competenze acquisite. Oggi posso dire che queste tre dimensioni sono complementari a tutti gli effetti, e costituiscono buona percentuale della mia personalità, non solo della mia professione.

Orientalia Editrice
Come si struttura una traduzione medico-farmaceutica? Da dove inizi quando affronti un nuovo testo?
Le traduzioni di cui mi occupo sono molto simili tra loro nella struttura: protocolli di sperimentazione, cartelle cliniche, studi scientifici. Ma l’avventura che vivo ogni volta che traduco è come una caccia al tesoro, prima osservo tutta la mappa nella sua complessità, poi procedo tappa dopo tappa per svelare il percorso. Ogni farmaco sperimentato offre esiti diversi, ogni cartella racconta di pazientə con una storia originale, ogni ricerca svela aspetti profondi su come l’uomo stia affannosamente cercando soluzioni contro la sofferenza. Così la superficie di un lavoro a volte definito “macchinoso” nelle modalità, nasconde abissi di umana vicinanza fatti di empatia con persone che non ho mai incontrato, e mai incontrerò nella mia vita, ma di cui mi sono spesso ritrovata a pensare “chissà come sta”.
Quali sono le difficoltà più ricorrenti nella traduzione specialistica dal cinese? Dove si annidano più spesso: nel lessico, nella struttura della frase o nei concetti scientifici stessi?
Il lessico è sicuramente il primo aspetto da curare se si desidera tradurre testi con carattere specifico. Chiaramente una conoscenza della lingua sorgente approfondita è indispensabile, ma come ho constatato più volte anche nei miei percorsi da docente, non bisogna sottovalutare un’altrettanto accurata consapevolezza della lingua d’arrivo – anche quando questa è la propria lingua madre, pena una riuscita inefficace della traduzione. Ogni ambito di specializzazione presenta degli aspetti di punta su cui tenere sempre alta la guardia: può essere il fattore narrativo nei testi letterari; l’equivalenza funzionale in quelli giuridici; per la traduzione medico-farmaceutica è sicuramente la corrispondenza terminologica.

Ti è mai capitato di non trovare una soluzione soddisfacente per un termine o un passaggio? Puoi raccontare un esempio concreto e come lo hai risolto?
Ci sono stati casi in cui cartelle cliniche, di pazienti cinesi, arrivavano in Italia compilate con nozioni sia di MTC (medicina tradizionale cinese) che della cosiddetta medicina occidentale. In questi casi è stato fondamentale mediare tra le due materie apportando note o approfondimenti richiesti dal caso.
Tra le cose che insegni c’è anche la traduzione dal cinese classico, che sembra molto distante dalla traduzione medico-farmaceutica. Cosa cambia tra questi due tipi di traduzione?
Sono due figlie diverse della stessa madre: il cinese classico è una lingua serrata, quasi ermetica, ricca di indicazioni tecniche da saper interpretare; il cinese moderno nel registro formale e specialistico delle traduzioni mediche, ha tutt’altra aria: didascalica e mirata, che lascia poco spazio all’interpretazione. Ma in entrambi i casi la matrice è quella del carattere, che spesso già racchiude in sé valore semantico e fonetico insieme, svelando in parte il senso elementare del risultato più complesso che sarà quello finale.

Nei testi medici e scientifici la precisione non è solo una questione stilistica ma anche una responsabilità concreta. Come cambia il lavoro del traduttore quando il testo riguarda salute, ricerca o farmaci?
In ogni ambito di traduzione ci sono dei limiti deontologici invalicabili, tra questi la responsabilità del traduttore è certamente un fattore d’allerta costante. Sbagliare l’indicazione di un dosaggio, una posologia, o riportare in modo scorretto degli elementi di anamnesi potrebbe orientare in un’altra direzione l’intero andamento del documento. Che si tratti di file di archivio o di diretta applicazione, è sempre responsabilità di chi traduce assicurarsi di aver rivisto prima di consegnare.
Il cinese classico è estremamente compatto: pochi caratteri, molte possibilità di senso. Come affronti questa molteplicità quando devi prendere una decisione traduttiva?
La molteplicità apre la strada della flessibilità, così a seconda del contesto e del pubblico destinatario esiste la possibilità di modulare le proprie scelte anche secondo il gusto personale e non solo secondo le tecniche di traduzione consolidate. Una splendida opportunità di oscillare rispettosamente tra la fedeltà al testo originale e le aspettative del lettore finale.
È appena uscita per ABEditore la Piccola antologia cinese del macabro e del fantastico, nata da un corso di traduzione dal cinese classico che hai tenuto per La Bottega dei Traduttori, e curata da te. Com’è stato lavorare su racconti macabri e fantastici così lontani dal nostro immaginario contemporaneo?
La raccolta è il risultato meraviglioso di un percorso didattico molto specifico, che ha visto le traduttrici partecipanti cimentarsi in lingua, tecniche, conoscenze con cui non avevano avuto a che fare prima. Abbiamo lavorato insieme sulla ricerca e sugli approfondimenti necessari a comprendere un tipo di narrazione così lontana nel tempo e nei concetti. Ne è risultata un’opera fedele e accurata, che ha richiesto una buona dose di fiducia. Insieme alle traduttrici e all’editore, attraverso un lavoro sinergico siamo riusciti a ottenere l’effetto desiderato: traghettare il lettore moderno in un viaggio tra mondi, tempi, e creature. Un’avventura meravigliosa!

traduzioni di La bottega dei Traduttori
ABEditore
Tradurre, per te, è un modo per restare dentro una lingua o per partire verso un’altra?
Tradurre, come parlare un’altra lingua, è sempre stato un modo per partire verso un’altra. Quella curiosità, quell’urgenza di andare altrove ha sempre mosso le mie motivazioni, non saprei immaginare la vita senza osservare e ascoltare ciò che più si differenzia dal mio contesto di nascita, che sia un habitat, una cultura, una lingua. Ogni lingua racconta la propria cultura di appartenenza, la storia, perfino la geografia dei luoghi che la ospitano, non conoscere questi aspetti sarebbe un peccato per il nostro intelletto.
Nel manifesto della rubrica parliamo della traduzione come di una fuga: uscire da una lingua per abitarne un’altra. Da cosa fugge, secondo te, la traduzione, e verso cosa si muove?
Mi piace molto la vostra idea di traduzione come fuga, la vedo come una fuga di informazioni che devono arrivare altrove: una migrazione culturale che deve necessariamente navigare via e raggiungere altre sponde per diffondersi. La traduzione è esistita da quando le persone hanno voluto comunicare, perfino solo coi gesti. Tradurre significa quindi comprendere. Storicamente ci sono stati progressi tecnologici applicati all’ambito della traduzione, e trovo che sia meraviglioso poterli seguire e poterne usufruire per accelerare il processo di approfondimento che alimenta quella famosa curiosità e voglia di “andare altrove”. Pensare che strumenti come i traduttori automatici o l’AI possano togliere al traduttore l’emozione di leggere e comprendere, di viaggiare e parlare con i locals, la soddisfazione di sapere che dietro un gesto c’è una cultura profonda, dietro un carattere cinese si nascondono storie antiche, è decisamente miope. “Fatti non fummo” per essere meri vocabolari ambulanti, e sì, comprare una torta pronta risparmia tempo e fatica. Ma farla in casa con le amiche durante un pomeriggio piovoso, col calore delle risate umane davanti a una tazza di tè, è tutta un’altra storia. Ed è verso questa storia che spero vada chi traduce.
Il prossimo attraversamento ci porterà nella traduzione poetica insieme a Diego Bertelli Lenzoni, poeta, traduttore dall’inglese e studioso di poesia contemporanea. Tra le sue traduzioni, il graphic novel de Il grande Gatsby di Francis Scott Fitzgerald per Tunué e una nuova versione di Calamus di Walt Whitman per Marcos y Marcos.
Appuntamento a lunedì 29 giugno.



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