A cura di Jacopo Zonca
Mancava solo il film, e questa non è una frase di circostanza, ma un dato di fatto. Da La città dei vivi, romanzo di cronaca di Nicola Lagioia edito Einaudi e uscito nel 2020, ha ricevuto una sorprendente gamma di adattamenti che vanno dagli special televisivi agli spettacoli teatrali, dai podcast – uno condotto dallo stesso Lagioia – fino ai documentari.

Il film di Edoardo Gabbriellini (attore di pellicole importanti dirette da Virzì e Guadagnino ora al suo quarto film da regista) è il tassello mancante al grande puzzle di rappresentazioni che il delitto Varani ha avuto nel corso degli anni, ed è naturale: un caso di questa portata, per violenza e insensatezza, non poteva essere dimenticato e perdersi nei meandri del giornalismo di inchiesta morboso e spesso cazzone che contraddistingue la cronaca nera italiana. Ogni volta che si parla del massacro avvenuto nell’appartamento di via Igino Giordani ai primi di marzo del 2016, l’opinione pubblica non si infervora nella lotta eterna che vede contrapposti forcaioli e garantisti, ma si distende in un silenzio carico di orrore, paura e disgusto.
I protagonisti in qualche modo però sono sempre stati loro due, Marco Prato e Manuel Foffo, i figli della Roma bene diventati killer da assalto all’arma bianca. Il primo è un edonista spericolato, organizzatore di eventi per l’élite gay capitolina con una smodata passione per il sesso estremo, il secondo uno studente (stra)fuori corso, alcolista e in perenne conflitto con sé stesso e con il padre. Entrambi benestanti – Foffo soprattutto, in quanto figlio del fondatore di un’importante catena di ristoranti specializzati in cucina romana – entrambi narcisisti annoiati e voraci consumatori di cocaina: il carburante esclusivo che porta i due trentenni a intrecciare e fondere le loro esistenze prima del tragico avvenimento, a Capodanno 2016, quando dopo il veglione, ubriachi e fatti si riprendono con il cellulare durante un rapporto orale a casa di Foffo, nello stesso appartamento divenuto tristemente famoso per l’Italia intera. Da quel momento i futuri carnefici non smetteranno mai di sentirsi, perdendosi in un vortice di messaggi untuosi e ricattatori fino a suggellare la loro storia in un festino durato quasi quattro giorni e terminato in un fiume di sangue, quello di Luca Varani, arrivato in quella casa con l’idea di compiere una prestazione sessuale di poco conto, intascare centocinquanta euro e uscire da quel tugurio per mezzogiorno.
Ripercorrere e analizzare tramite il mezzo letterario le vite dei due assassini ci ha posto interrogativi cogenti riguardo al vuoto esistenziale di una generazione, l’incomunicabilità che domina sovente il rapporto genitori figli, la cultura dell’immagine in epoca digitale e la sessualità ricattatoria e promiscua… Non ci siamo mai interrogati a sufficienza però sulla vita ai margini, l’ingenuità, la mancanza di strumenti economici e culturali con i quali Luca Varani era costretto a fare i conti ogni giorno e ugualmente irrorano la drammaticità di questa vicenda. Su questa angolatura si muove l’adattamento di Gabbriellini: Foffo e Prato sono due figure mostruose sullo sfondo della vita di Luca, un meccanico ventitreenne adottato da una famiglia di borgata, fidanzato con una ragazza inquadrata e giusta, studente di un corso scolastico serale che poi decide di abbandonare non appena inizia a frequentare personaggi ambigui e a contatto con gli ambienti esclusivi della capitale.
È vero, il fascino del male ha da sempre una presa maggiore, specie in un caso che vede protagonisti giovani con un’interiorità schizoide, votata all’autodistruzione – pensiamo solo che nei giorni antecedenti al delitto la coppia ha usufruito di quantitativi di alcol e cocaina talmente alti da stendere anche i consumatori più navigati – ma oggi siamo abituati ad analizzare il malessere da una prospettiva forse troppo imborghesita che spesso lascia da parte i giovani come Luca Varani: quei ragazzi di vita pasoliniani cresciuti ai bordi, in luoghi dove la cultura del sapere non ha attecchito, la vendita del proprio corpo non si scontra con limiti morali e il sogno di ambire a qualcosa di grande è una barzelletta. Ci siamo dimenticati delle persone che dal basso mantengono stabile un meccanismo sociale che ancora si perde nelle sue contraddizioni, non si evolve ma si cannibalizza. La genuinità del film sta tutta lì, nel puntare i fari sulle vite degli ultimi, e sotto questo punto di vista si può tranquillamente considerare riuscito.

Purtroppo però, le buone intenzioni spesso non bastano a rendere un film cinematograficamente convincente. Nonostante le ottime prove attoriali, soprattutto dei giovani, la maggior parte dei quali esordienti, le mancanze di ritmo di una sceneggiatura scritta in precedenza dai fratelli D’Innocenzo e poi totalmente rimaneggiata – così hanno comunicato dal Festival di Venezia, dove il film è stato presentato in anteprima – si fanno sentire molto, specie nella seconda parte, e rischiano di far diminuire l’intensità delle situazioni descritte nonché affossare il corretto minimalismo con il quale il regista ha deciso di trattare questa dolorosa e pericolosissima materia. Certo, il mercato cinematografico sa essere spietato e osservare la vicenda con gli occhi di Luca, oltre a risultare una scelta ponderata e corretta, evita un VM 18 garantito che avrebbe sicuramente reso al film la vita ancora più difficile. Viene poi spontaneo domandarsi quale sia la versione originale dello script dei fratelli D’Innocenzo, se il tono spiccatamente dark così caro a quelli che vengono definiti gli “enfant prodige” del cinema italiano sia marcato, se in quel copione Foffo e Prato compaiano maggiormente e di conseguenza siano maggiormente approfonditi e poi, se le scene all’interno dell’appartamento degli orrori siano più numerose rispetto a ciò che abbiamo visto sullo schermo. Insomma, sono tanti i dubbi che affiorano dopo aver visto un film che prima o poi si doveva fare, ma che lascia in bocca il saporaccio dell’incompletezza, quasi fosse un’appendice visiva al testo da cui è tratto. Ma non disperiamo troppo. Il bellissimo libro di Lagioia verrà sicuramente rilanciato, dando modo così a nuovi lettori di conoscerlo, inoltre, dopo sei anni dall’uscita de La città dei vivi, lo scrittore barese è tornato in libreria con un nuovo romanzo.
Santabarbara è un affresco corale, una sorta di Heimat – sempre per utilizzare una metafora cinematografica – del Sud Italia, in particolar modo della Puglia. Addentrandosi nella provincia e, nello specifico, a Capurso e grazie al lirismo che ha caratterizzato ogni sua opera, Lagioia racconta un’Italia che ha vissuto la violenza e la miseria del dopoguerra, ma anche la spinta del boom economico degli anni Sessanta: un’epoca di enormi trasformazioni in cui si muovono i protagonisti di questa saga familiare con le loro passioni, i loro sogni e i loro amori. Con pennellate sapienti e leggere emerge il grande quadro della storia – i moti studenteschi, la guerra del Vietnam, i movimenti femministi – del nostro Paese e del mondo. Si tratta di un libro che proprio come il precedente scandaglia le vite e le interiorità dei personaggi, allontanandosi però dalle atmosfere cupe, corrotte e claustrofobiche su cui si costruisce l’impianto narrativo de La città dei vivi.

Santabarbara lascia spazio a una tenera malinconia, l’unica che si può provare pensando alla propria terra d’origine, una lettera d’amore al meridione e al suo calore, ma che allo stesso tempo non si risparmia nel raccontare le contraddizioni di un patriarcato, talvolta tristemente sostenuto anche dalle donne, colpevole di aver impantanato generazioni intere.
Per scoprire questa nuova prova letteraria, perdoniamo il film e andiamo in libreria.



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