Subito dopo le vacanze natalizie, fui chiamata a svolgere una supplenza in un asilo, o meglio una scuola dell’infanzia (così la chiamano adesso). Tra i tanti problemi che mi affliggevano a quei tempi, il più serio, direi, era la macchina. Dovevo far sostituire la cinghia di distribuzione, per il modico prezzo di mille euro; soldi che non avevo e che non potevo chiedere in prestito né ai miei squattrinati genitori né al mio squattrinato fratello. Avevo speso tutti i miei risparmi, messi insieme a fatica tra un lavoretto e l’altro, per comprare quella maledetta. La stessa che mi stava lasciando a piedi. Mi ritrovai quindi senza soldi e senza macchina, per l’appunto. L’unica cosa che avevo era un lavoro di un mese, nella cittadina di V., attraversata dal fiume Setta. Tutta la mia fortuna, benché misera, consisteva nel fatto che a V. si fosse trasferito mio fratello insieme alla compagna. Così presi possesso del loro divano.

Uscivo dall’appartamento di mio fratello all’alba, un’alba che colorava il cielo di un bianco azzurrato, una piccola scintilla di colore che veniva subito risucchiata dietro i nuvoloni grigi. Io mi aggiravo per la cittadina ancora addormentata, tutta imbacuccata, respirando l’aria gelida. Attraversavo il Ponte Bianco, guardavo il fiume – l’acqua cristallizzata, i sassi coperti da una brina farinosa – e mi veniva in mente la citazione letteraria “Chissà dove andavano le anatre…” eccetera eccetera. I pochi viandanti che incontravo sembravano uguali a me, spinti in avanti, più che dalla vita, dalla necessità. Poi entravo a scuola e dovevo dimenticare la persona che credevo fossi, per diventare qualcos’altro. Dovevo trasformarmi nella “maestra”, accogliere i bambini con un grande sorriso, farli sedere su panche minuscole (mi dovevo sedere a mia volta, le ginocchia puntate al soffitto, mi facevano sentire un pollo) e cantare all together canzoncine divertenti. Era lu lu lu, era dì dì dì, era lu, era dì, era lu-ne-dì. Era ma ma ma, era dì dì dì. E fingere di non provare imbarazzo.

Poi bisognava portarli in mensa, controllare che non si strozzassero, che non si sporcassero e impugnassero bene forchetta e cucchiaio. Tutto questo in una baraonda generale, tre urla di infante, chiacchiere di maestre e grugniti delle cuoche che, non so per quale motivo, ci odiavano. Una volta trovai nel mio piatto – riso in bianco senza olio né formaggio – un pelo nero e riccioluto.

Il bidello era un ragazzo che mi aveva dato qualche ripetizione di latino, ai tempi dell’università. Tra le Bucoliche e la terza declinazione ci raccontavamo i nostri grandi sogni di diventare professori universitari, presidi di licei facoltosi, direttori di riviste culturali, critici letterari. Ci incrociavamo nel bagno; io portavo in fila i bimbi controllando che non litigassero e non si tirassero i capelli, lui puliva i loro sederi. Non ci guardavamo mai negli occhi.

Quando la giornata andava proprio bene avevo anche la compresenza con una collega cagaminchia che, dall’alto dei suoi quattro anni di esperienza sul campo (io ne avevo tre), si sentiva la nuova Montessori. Così a volte, mentre me ne stavo seduta su una seggiolina alta venti centimetri, intenta a mangiare pasta scondita, a evitare gli sputi dei bambini, dovevo sorbire la lezione di quanto fossero avanti gli svedesi perché fanno dormire fuori, in inverno, i neonati.

Finivo all’asilo che era quasi il tramonto. Nell’appartamento mi aspettava il cane, un bassotto arlecchino pieno di paura e rancore. Gli mettevo il giubbino e lo scaldacollo, e lo portavo fuori prima che scendesse il sole. Gli piaceva prendere una strada sterrata, dopo il sottopassaggio. Lì non passava mai nessuno e così lui non si spaventava per le macchine, le persone, gli altri cani o qualsiasi cosa si muovesse. Camminavamo veloci, lui più che altro saltellava, si buttava in avanti come i tuffatori. Da una parte avevamo il fiume e la vegetazione grigia in morte apparente, e dall’altra, in alto, scorrevano le rotaie del treno. Lui faceva i suoi bisogni e io ci calciavo sopra le foglie secche; dopodiché potevamo rientrare.

Mio fratello a cena, sentendomi elencare le mie disavventure, mi consigliava di vedere i bambini come banconote che camminano. Ridevamo mentre ci passavamo il pane, ma nei loro occhi vedevo che erano preoccupati per me – entrambi avevano il loro lavoro a tempo indeterminato – e sapevo che ero una presenza scomoda in casa. Quando finivo di sparecchiare e lavare i piatti, portavo il cane a fare l’ultima passeggiata della giornata. V. era vuota, il gelo era qualcosa di fisico e tangibile. Forse quello era l’unico momento, per me e il cane, in cui eravamo davvero felici.

Certe mattine, dopo che aveva nevicato tutta la notte, le strade erano coperte da una lastra di ghiaccio. Bisognava fare attenzione a dove si mettevano i piedi o si rischiava di fare un capitombolo. Quelle erano le mattine che preferivo, un po’ perché sapevo che molte mamme avrebbero tenuto i bimbi a casa, ma anche perché il paese si ricopriva di una luce tra il bianco e il trasparente, che mi faceva sognare di trovarmi in un altro posto, lontano lontano. Fu in una di quelle magiche mattine bianche che, passando davanti all’edicola, vidi negli espositori esterni una copia di Delitto e castigo. Era una copia tascabile ed economica; gli angoli smussati testimoniavano la sua lunga permanenza all’esterno, a bere di tutte le intemperie. Il prezzo, già economico in partenza, era stato ulteriormente abbassato, quindi perfetto per le mie tasche bucate. Ravanai nel portafoglio e nel fondo dello zaino, ci tirai fuori alcune monete, quel poco che mi rimaneva della paga di un lavoro estivo. Era da tanto tempo che non mi compravo un libro e le prospettive lasciavano intendere che ne sarebbe passato altrettanto prima di poterne comprare un altro. I guadagni di quel mese sarebbero andati interamente a coprire le spese della macchina; macchina che doveva funzionare per consentirmi di raggiungere altre scuole, altri lavori. Ma ora non ero più soltanto una maestra, ero una maestra che aveva nello zaino un libro di Dostoevskij. Non me ne separavo mai. E quando mi ammalai a causa dei germi che mi starnutivano in faccia i bimbi, e giravo con un perenne grumo di raffreddore e catarro – in un limbo di intorpidimento in cui non stavo mai davvero bene e mai davvero male – ero felice perché mi sentivo malata e persa come Raskolnikov, solo senza accetta. Fui persino entusiasta nel partecipare alle vicende umane, quando un giorno una delle bimbe – un piccolo esserino che non spiaccicava una parola di italiano e per comunicare ripeteva il proprio nome come un Pokémon – entrò in sezione già con la faccia stravolta e le mani sulla pancia. Ripeté solo “Maida! Maida! Maida!” e poi vomitò sul pavimento e sulle felpe di almeno tre compagnucci. Quando arrivò il bidello con lo straccio, lo guardai. Anche lui mi guardò, all’inizio stupido, poi rispose al mio sorriso, e insieme ci mettemmo a ridere.

I social – che intanto avevano scoperto la mia nuova passione sulla letteratura russa– una sera mi proposero un post su Michail Bulgakov che, a trent’anni, si trovava in una Mosca povera e degradata. Bulgakov inviava alla madre lettere in cui le raccontava i lavori precari che era costretto a fare per mantenersi. Si lamentava che non aveva soldi per comprare una casa, i vestiti e neppure i libri. Ma aveva sempre una grande speranza. “Ora sogno un’unica cosa:” scriveva “sopravvivere all’inverno”. La sera andai a dormire sul divano con un piccolo calore nel petto. Anche io a trent’anni ero senza casa, senza un lavoro fisso, con pochi soldi persino per comprare i libri; eppure potevo ancora essere considerata giovane, fare tante cose. Nel mondo scoppiavano guerre da tutte le parti, come tanti focolai, e l’intelligenza artificiale era già a un livello migliore della mia scrittura; io ero ancora come un giovane Bulgakov a Mosca e dovevo solo sopravvivere all’inverno. Come mi sdraiai, il cane saltò sul divano e si acciambellò intorno al mio collo. Mi tirai su le coperte e sentii il sonno sopraggiungere. Fuori continuava a nevicare.

Lucia Tradii


Lucia Tradii (Porretta Terme, 1994) è insegnante di lettere. Si è laureata all’università di Bologna in Lettere moderne, con una tesi su Renata Viganò, e in Italianistica, con una tesi su Luce D’Eramo. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati su Malgrado le mosche, L’Appeso, La Seppia, Coven Riunito, Quaerere, Nido di gazza, Smezziamo, L’Equivoco, Pastrengo e Salmace.

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La fuga (un po’ di)

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