Il secondo ospite di “Segnali di vita” è Giammarco Di Biase. In questi testi si muove nella realtà attraverso il movimento della parola, per guidare una poesia che è, insieme, emotiva e realistica. Nel linguaggio asciutto di Di Biase si nasconde una precisione tecnica che non ha spazio per la freddezza.

SOPRATTUTTO LE CONSEGUENZE


Non ho paura di dirti che la bocca ha messo
le stelle al loro posto; queste ossa di un altro
mondo, mi guardano muovendo l’acqua dei
morti.
Un’alba riavvia la mano, ferma di cenere per
cantare: tu mi sei talmente vicina e l’angelo si è
messo qui, per avermi alle spalle.


Non riesco ad alzarmi da questa poesia.
Tutte le parole del mondo s’incarnano nel mio
petto.
Sono alla fine degli anni che scrivono, ma
quante sono davvero le infanzie disprezzate?
Eppure, c’è sempre una voce nella pelle, un
angelo con la bocca allagata che scoperchia la
carcassa per liberare il cielo.


   Ci sono volti che si spengono, stelle la
sciate al pasto. Qualcosa ci somiglia e ci di
vora.
   È tutto aperto: aperte le fanghiglie per dre
nare la linea; questa strada del fango com
movente.
Essere soli con una parola, tra la rosa
e il catino sporco, crudeli dentro la la
crima giusta.

L’albero ha perso la gloria: mira ogni foglia
alla cenere e scivolando liquido, prega il cielo
con un pianto senza parole.
Scomparsa la postura, qualcuno elemosina
il sentiero del suo vento.
Ed è vertice che traspare come una guglia,
per dimenticare gli uomini e gli insetti a conten-
dersi gli occhi con la bassezza.


   Il lupo si assottiglia nella luna come un ago.
Innocente cancella le sue ossa col peso sui la-
biali, lasciando che le mani prendano il suo ul-
timo sogno.
Il verme che lo logora porterà il suo scalpo in
braccio al sole, domani, dentro un cielo imma-
colato.

    Prendimi la mano, come per finire questo 
giro di rondini.
Ogni cosa fuori dal suo posto, i tuoi occhi
così simili ai miei.
Saluta le strade che non hanno più parole,
ma la tua ombra ha ancora i sonagli quando il
cielo spegne in una candela.

   Ossa di chi, ossa con le quali. Ossa per cui
l’incendio delle braccia va incontro all’aroma
violento.
Tanto dolce è nel disastro la mano furiosa, il
rovo del mare dietro il bambino isolano.
Si dividono le sue ali come orbite di agnelli
per guardare alla grazia nel rompersi della ma-
scella. Sarebbe santa la bruttezza, mentre te ne
vai con la lingua dentro le rive.

È un giorno tra tanti.
Forse nelle case c’è tanto spazio per i prati,
un girasole che si fa voler bene, rapide salite
fino all’acqua.
Ho ancora del tempo per chi mi sveglia:
avete messo le mie cose nel sole, la voce delle
stanze, morte che penso come un desiderio.
Finiranno la china e le pagine, se le lacrime
diventeranno finestre.


   Ci hanno dato due mani. È questo che ti spa-
venta: essere lunare col piatto in ginocchio e gli
asfalti a chiamarci per nome.
Ancora in pensiero per la pagina, un cane fe-
dele si accosterà alla tua voce; dividerà il
freddo dalla neve, la neve danzante dalla tua
fame.

Come essere stanchi, cadere in mano a una
foglia mentre il te bambino insiste su questa
parola.
Albero verde, prato, cielo, tutto un chiodo
smarrito dentro la muraglia di sangue che ti
stringe la gola.
Chi altro muore, per un po’ di luce davanti
alla porta?


   Scrivi con questo tempo, ché di battere i cieli
siamo stanchi.
Saranno ore cordiali a fasciare un platano az-
zurro, passare tra mani e braccia a chiudere gli
occhi e i vermi a confondere la colla.
Adesso sapienti, ognuno con la sua sedia, ag-
grottate le mani, prese per il pasto al tavolo dove
ogni foglia calamita la fame.
Stendilo qui l’albero, sul piatto, con le laringi
camaleontiche del prato. Osserva il tuo occhio
vuoto nel verde.

   Siamo nelle sere con la pistola carica e le au-
reole dei bicchieri sudano ombre di terra.
Questo fiato spezza il cuore come indice per
le stelle: amo follemente la festa, le pietre, l’ul-
timo dei cani malati del ballo.
Frazione isterica: vedo il tuo occhio, sordo si
muove nel mio templare come un verso.

Giammarco Di Biase (Foggia 1993) è giornalista e operatore culturale. Scrive di letteratura e collabora con il Corriere del Mezzogiorno e Poetarum Silva. Alcuni sue poesie e testi di critica sono apparsi su riviste come Avamposto, Atelier, Inverso e L’Anello Critico 2025 con uno studio su Alessandro Ceni. Ha esordito nel 2023 con la raccolta “S’aggrinza un astro” (Ensemble). Nel 2025 viene pubblicata la sua seconda silloge “Solo le Bestie” (Marco Saya Edizioni). Di breve uscita è la plaquette “Taverna” (collana de “Il Leone Alato” – Fallone Editore).

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