Era IL giorno. Il giorno in cui Silvio avrebbe presentato il suo progetto alla Commissione urbanistica. Aveva lavorato per mesi e l’aspettativa era alta. Si sforzava a mimare un atteggiamento di autocontrollo, mentre arrotolava disegni da riporre nel tubo e darsi metaforiche pacche sulle spalle. La riunione in municipio era fissata per le dieci. A quell’ora, con Irene a lavoro e i bambini a scuola, avrebbe potuto concentrarsi sul discorso di presentazione. Tutto andava secondo i piani. Quando fu tempo di andare, afferrò la giacca, inforcò il tubo con i disegni, raccolse la valigetta e istintivamente allungò l’altra mano nello svuotatasche all’ingresso per prendere le chiavi dell’auto. Le dita non le trovarono. Neanche gli occhi trovarono le chiavi. Afferrò lo svuotatasche per cercare meglio: scavava freneticamente tra oggetti abbandonati. Le tempie pulsavano e le orecchie bruciavano. I pensieri si rincorrevano come onde, uno sull’altro, a sovrastarsi, mentre la rabbia annebbiava il suo giudizio. Gattoni, infilò la testa sotto al mobile. Nulla; neanche la polvere. Ancora in ginocchio sul pavimento, afferrò il telefono e compose il numero. Dopo qualche secondo rispose una donna. Lui bruscamente chiese dove fossero le chiavi dell’auto. Lei, intuendo la situazione, ironicamente rispose che erano nella sua borsa e aggiunse: «Dieci giorni fa ti informai che oggi avrei preso l’auto. Ho un sopralluogo a Pompei tra un’ora».
Lui in silenzio. Lei, con tono bonario, aggiunse: «Ti avevo detto di scriverlo in agenda – sospirando – evidentemente non lo hai fatto».
Lui in silenzio, annuiva. Stava ricordando il dialogo che aveva dimenticato. «Tesoro, la riunione è alle dieci, sei in tempo. Con la metro ci metti venti minuti e non devi girare a vuoto per parcheggiare».
Lui in silenzio, continuava ad annuire. «Sì, farò così. Ciao», liquidò la moglie.
Silvio ebbe un attimo di esitazione prima di aprire la porta di casa. Un’ansia improvvisa lo assalì. Attribuì quella sensazione allo stress e all’aspettativa del giudizio altrui o alla rabbia che tentava ancora di tenere a bada. Decise di ignorare quell’informe groviglio emotivo, afferrò la maniglia con decisione, aprì la porta facendo leva come se stesse spostando un macigno e uscì. La porta scattò alle sue spalle.
In una Napoli eternamente caotica, Silvio camminava a passo svelto e agile. Da lontano poteva vedere la M rossa della metropolitana irta sulle scale che portano ai treni. Carico di tubo e valigetta, con il telefonino in una mano, assorto nel discorso di presentazione, si lanciò ad attraversare la carreggiata che lo separava dalla M.
Lo stridio di una brusca frenata. Un clacson impazzito. Una donna sul marciapiede portò entrambe le mani alla bocca e urlò: «Statt’accuort!». Silvio tornò padrone di se stesso e si bloccò davanti al cofano di una Fiat blu. L’uomo alla guida mimò improperi con la bocca, gesticolando in maniera scoordinata. In lontananza un motorino faceva gincane tra i passanti e le auto in coda. Con la grazia di un centauro provetto, il giovane alla guida attraversò la scena come se nulla fosse davanti alle sue ruote, sorpassò la Fiat blu e sfiorò Silvio, immobile in mezzo alla strada. Il centauro sul motorino non accennò a frenare e chissà come la tracolla penzoloni del tubo fu agganciata. Silvio si sentì strattonare e trascinare sull’asfalto, finché la cinghia del tubo si spezzò, liberandolo. Rimase a terra, facendo un rapido check-up. Intanto intorno a lui si era formata una folla di curiosi, che si prodigava per soccorrerlo. Chi voleva portarlo al pronto soccorso, chi urlava contro il centauro ormai lontano, chi chiedeva agli astanti se avessero preso il numero di targa. Silvio, ancora steso, cercò i suoi oggetti intorno. Fu allora che percepì un dolore lancinante nel gomito. Poteva muoverlo e questo gli bastava, per ora. Lentamente si alzò prima seduto, poi in piedi. Le persone intorno gli intimavano di restare immobile e steso.
«Dottò, e se avete battuto la testa?».
«Chiamiamo un’ambulanza?», chiese una donna guardandosi intorno in cerca di approvazione.
«Eh se se, e quann’ arriva!», le fece eco un’altra, enfatizzando la frase con un gesto plateale del braccio libero, perché nell’altro teneva inforcate due buste della spesa da cui penzolavano fuori fronde a ciuffi.
«Sto bene» tagliò corto Silvio «ringrazio tutti, ma riesco ad alzarmi e devo andare al lavoro. Sto bene, davvero. Davvero».
Poiché non c’era nulla da fare e da vedere, e neanche da dire, la cricca si disperse.
Acciaccato e dolorante, Silvio raggiunse la metro e sotto alla M rossa ebbe un attimo di pace e sosta. Trovò rassicurante scendere nell’antro della metropolitana, lontano da quel frastuono assordante della città in superficie.
Grazie a un effetto ottico ben architettato, le scale mobili sembravano intersecarsi. In lontananza le persone, come anonimi omini delle costruzioni, scorrevano e scomparivano e poi ricomparivano come nei caroselli di quando era bambino. Tante volte aveva frequentato la stazione della metro distrattamente, ma oggi gli sembrava di vederla davvero. I suoi sensi probabilmente erano acutizzati dall’episodio avvenuto poc’anzi. Stava il fatto che quella costruzione moderna, dall’appeal spiccatamente europeo, che mescolava arte astratta con il genio delle maestranze artigiane locali per un fine funzionale, gli apparve semplicemente bella. Da architetto quale era, si vergognò di un giudizio così puerile. Eppure cosa c’è di così meravigliosamente vero di un mi piace o non mi piace che istintivamente esce dall’anima? Il resto è verbosità. Ed era ciò che si accingeva a fare durante la riunione: dare spiegazioni sul perché una scelta sarebbe stata migliore di un’altra o un colore o un materiale più indicato alla struttura e al fine. Ciò che contava (e qui era la domanda cruciale che echeggiava nel suo animo) era: piacerà o non piacerà? E mentre si perdeva in osservazioni e giudizi di valore e arzigogoli mentali siffatti, si era lasciato trasportare nel ventre di Napoli da quattro rampe di scale mobili che scorrevano placide e inesorabili. Silvio era in attesa sul ciglio della linea gialla, mentre ripensava all’accaduto, alla dinamica del mancato incidente, alla fortuna o al fato o a qualche santo protettore in paradiso, insomma, rimuginava sullo scampato pericolo. Ed ecco il vento fresco che preannuncia l’arrivo del treno. Silvio istintivamente si voltò verso l’origine di quel vortice e in lontananza scorse due occhi luminosi da lombrico, nato in quelle viscere urbane, e si preparò a salire sul vagone. Un’esitazione, poi il primo passo all’interno. Si trovò un posto a sedere e si accomodò, liberandosi della valigetta e poggiando il tubo sul pavimento con sforzo, poiché il dolore al gomito gli impediva movimenti fluidi. Numerose fermate lo dividevano dalla meta. Iniziò a guardarsi intorno e a osservare i suoi compagni di viaggio. Non era il tipo da infilare gli occhi nello schermo del cellulare più del necessario.
Una macchia di colore rosso acceso sul fondo del vagone attrasse il suo sguardo. Mise a fuoco, inforcando meglio gli occhiali. Era una donna, in apparenza giovane e attraente. Gli volgeva le spalle. Indossava un abito da sera rosso fuoco, che le lasciava la schiena nuda, bianca e perfetta. Silvio si sentì fortemente attratto da quella immagine, quasi onirica. Osservò i capelli scuri della donna, raccolti su un lato con lo scopo di mostrare con malizia la pelle nuda. Ecco, mentre lo sguardo dell’uomo percorreva le forme dolci della donna, una sensazione di dejavù sorprese l’animo di Silvio in contemplazione. L’uomo trasalì: un ricordo dimenticato, rimosso o sepolto tra gli strati della memoria, rivendicava la concretezza in quel luogo e in quell’istante. Perché quell’immagine gli ricordava Irene? La sera in cui incontrò Irene, proprio come in quel momento, la sua retina fu colpita da una macchia di colore rosso in mezzo allo scuro informe della discoteca in cui tutti si muovevano all’unisono. Quell’immagine lo emozionò ed un calore si irradiò dal petto in tutto il suo essere. Allora capì che qualcosa di ineluttabile stava accadendo nella sua vita. Si sentì fortemente attratto da quella donna, ma ridurre a un’attrazione fisica sarebbe stato banale. C’era di più: era una forza potente, che qualcuno chiama destino. In quell’istante si rese conto di quanto la sua vita, in seguito, fosse stata costruita su quell’incontro: il desiderio di condivisione con Irene, la spinta all’affermazione professionale, la tensione al continuo miglioramento per dare a lei stabilità emotiva ed economica, la creazione di una famiglia, quell’unicum compatto come solo alcuni abbracci sanno essere. Silvio si cullava in quelle sensazioni, quando la voce registrata dall’altoparlante dichiarò: «fermata Materdei! Next stop Museo».
Lo scatto di apertura delle porte scorrevoli fece sobbalzare Silvio, che perse di vista la donna con l’abito rosso, mentre la sua attenzione fu catturata da una risata. Una ragazza entrò nel treno, ridendo fragorosamente e rivolgendosi a un giovane accanto a lei. Si notava che i due fossero in una sintonia fuori dal comune. La nostalgia emerse poco alla volta tra i ricordi di Silvio, come una puntura lieve che poco alla volta divenne sempre più netta. All’inizio della loro relazione erano così, lui e Irene. Erano complementari negli interessi: Irene era coinvolgente, in grado di proporre a ogni appuntamento qualcosa di nuovo, dalla pièce teatrale in dialetto al film che sbancava il botteghino. Aveva sempre un‘opinione originale da condividere con lui, per cui trascorrevano ore a parlare ed a guardarsi negli occhi. Si rendeva conto che quel periodo gli mancava ed acquisiva solo allora la consapevolezza che non sarebbe più tornato.
Il giovane portava al collo una pianola. Appoggiato a un’anta del vagone a gambe larghe, accennava qualche accordo, inizialmente indistinto all‘orecchio di Silvio. Poi la ragazza accompagnò con la voce la melodia, dolce, armoniosa, struggente. Silvio riconobbe la melodia di Moon River. Che coincidenza, pensò. Si trattava della musica di sottofondo a uno di quei primi appuntamenti con Irene. Erano seduti a un tavolino di un pub che non esiste più. Le loro conversazioni si rincorrevano fitte: erano desiderosi di conoscersi nel breve tempo di un paio d‘ore. Gli occhi di Irene brillavano come guizzi nella penombra del locale, mentre le sue risate cristalline punteggiavano il sottofondo musicale, a cura di un giovane su un palchetto in un angolo avvolto dall‘ombra ed a cui Silvio aveva rivolto solo un paio di occhiate distratte.
Come aveva fatto a dimenticare quel momento di sintonia? Silvio osservò il suo volto riflesso nel vetro del finestrino del vagone e quasi si meravigliò di vedersi perplesso.
Quel breve viaggio in metropolitana si stava prospettando più interessante del solito. E del necessario. Silvio, infatti, sentiva crescere in lui un‘inquietudine che gli intimava di stare in guardia. Intanto il treno rallentò fino a fermarsi alla preannunciata stazione Museo. Un‘anziana donna salì, portando per mano un bimbetto di circa sei o sette anni, vestito all‘inglese e allegramente saltellante, che si sedette nel posto accanto a Silvio. Di fianco al piccolo, si accomodò la donna anziana, che tentava inutilmente di raddrizzare il berretto sulla testa del nipotino che, facendo dondolare penzoloni le gambe, non agevolava l‘operazione, per cui il berretto più che all‘inglese era calzato di sbieco, alla scugnizza. La donna indossava un lungo gonnellone, che la copriva fino agli stivaletti, che si notava avevano già fatto chilometri, sebbene lucidati a nuovo. Su una giacca avvitata di lana cotta verde oliva portava una mantella in tessuto tweed dai toni del grigio, ravvivati da un filo rosso. I capelli, anch’essi grigi, erano perfettamente tirati in una crocchia. Era evidente che la signora non seguiva le mode. «Piccerè, fai il bravo e ti do il premio», disse la donna amorevolmente al piccolo, che subito smise di agitare le gambe e si fermò ritto come un fuso. Allora la nonna cacciò dalla borsa un fazzoletto con cautela. Lo dispose al centro del palmo di una mano, mentre con l’altra scopriva con lentezza il contenuto. La scena al rallentatore fu seguita attentamente dal bambino ed anche da Silvio, irretito dalla curiosità. Silvio non credeva ai suoi occhi. Nel mezzo del fazzoletto candido si ergeva un chicchirichì, il dolce della sua infanzia, con cui la nonna lo premiava quando si distingueva nelle attività scolastiche. «E chi li ha più provati i chicchirichì!», pensò Silvio con nostalgia, mentre il bambino, all’apice della soddisfazione, affondava i denti nel dolce a far scrocchiare la superficie di cioccolato fondente, prima di infilare la lingua nel foro ad afferrare la panna montata, zuccherina e spumosa. Il pensiero di Silvio corse alla nonna, il suo sguardo si posò con insistenza sul volto e sui gesti della donna. E come un alito, gli uscì a fior di labbra: «Nonna!». La signora non poté sentire quel respiro carico di malinconia e amore, ma, per nulla infastidita dallo sguardo insistente di lui, gli ricambiò con il sorriso più tenero che una donna, non importa se madre o nonna, possa fare alla sua creatura. A Silvio salirono le lacrime agli occhi, più emozionato che incredulo. Quante volte aveva immaginato quello sguardo rassicurante su di lui, ancora una volta, anche se fosse stata l’ultima. E ora lo ritrovava in quella sconosciuta, che non gli appariva estranea.
Ed ecco una nuova fermata. Ancora il doppio scatto stridulo delle porte. Chi sale e chi scende: passeggeri come coriandoli al vento, volti da osservare, frammenti di conversazioni da origliare o da ignorare.
Alla fermata Museo salì un gruppo di ragazzi. All’inizio Silvio non li degnò di attenzione, ma poi notò in loro qualcosa di familiare. Stranamente, anche in loro. Erano belli, quei ragazzi. Non di una bellezza dettata da canoni estetici condivisi, ma di quella bellezza inconsapevole che hanno tutti i giovani, che da ogni poro trasudano potenzialità e tensione al futuro. Loro non lo sanno, ma chi li osserva con attenzione, la vede. Si capiva che andavano all’università a seguire le lezioni. Silvio notò i jeans strappati ad arte sulle ginocchia, i pullover oversize e i giubbotti anni Ottanta. Gli apparve una scelta divergente rispetto alla moda corrente, ma a lui congeniale. Da ragazzo vestiva così. E si sentiva a suo agio. I ragazzi si motteggiavano tra loro e ridevano, si davano pacche sulle spalle, mentre chiacchieravano sul da farsi per organizzare una festa di compleanno. In particolare l’oggetto del discutere era la ricetta della sangria. Il quesito che angustiava i ragazzi era: quanto alcol aggiungere per rendere le ragazze più disponibili? Silvio dapprima sorrise di quella fresca ingenuità, poi si corrucciò, sconcertato. Aveva preso parte a quella conversazione vent’anni prima, in occasione della preparazione della festa di Capodanno del 2000. La ricordava bene. In quell’occasione diede il primo bacio a Irene. Osservare quei ragazzi fece affiorare dall’oblio della memoria un carico di ricordi spensierati, quando l’unica angoscia derivava dal portare a casa un buon voto agli esami. Certo, ci si impegnava nello studio per puntare al risultato sperato, ma con l’idea che sarebbe bastato a cambiare il mondo o almeno il proprio destino, che sarebbe bastato per ottenere il lavoro dei sogni. Era ancora lontana la disillusione dell’età adulta.
Quel viaggio in metro lo stava scuotendo nel profondo: troppe coincidenze e analogie con la sua vita e i suoi ricordi. Tutte insieme, inoltre. Osservò i compagni di viaggio nel vagone. La ragazza con l’abito rosso era ancora lì, anche i giovani musicisti e la nonna con il nipotino, oltre la cricca degli studenti universitari. Silvio li osservava tutti. Il suo sguardo pensieroso andava dall’una agli altri in maniera frenetica, come frenetici e ansiogeni si susseguivano i suoi pensieri. Gli sembrava di osservare frammenti della sua vita. Come quando uno specchio va in frantumi, ogni scheggia riflette solo un particolare e puoi intuire l’interezza. A Silvio sembrò di osservare la sua vita in frammenti attraverso dettagli. In quel vagone colori, conversazioni, sensazioni, sapori, odori, melodie, tutti insieme, assumevano un senso nuovo, che si faceva largo nella sua testa e che esisteva per lui solo. Erano tutti frammenti di uno specchio, che riflettevano lui e la sua vita. I suoi pensieri furono interrotti dallo scatto delle porte scorrevoli. Salì un uomo anziano, ma ancora vigoroso nel fisico. Prese posto nel sedile di fronte a Silvio. Si sedette a gambe larghe, con le braccia penzoloni tra le cosce, con la schiena abbandonata all’indietro in atteggiamento spavaldo, gli puntò gli occhi in faccia. Lo sguardo dell’uomo era insistente e indagatore, aspro sotto i sopraccigli grigi e folti. Silvio si sentì scomodo in quello sguardo. L’uomo se ne accorse, ma non distolse quegli occhi che una volta dovevano essere di un verde brillante. Un senso di inadeguatezza pervase Silvio, proprio come quando suo nonno lo rimbrottava dopo uno sbaglio o una marachella. L’anziano sollevò la schiena dallo schienale, appoggiò un avambraccio a una coscia e si protese in avanti, quasi in mezzo al vagone per piantare quel suo sguardo penetrante a una manciata di centimetri dagli occhi sgomenti di Silvio. «Ed ora cosa hai intenzione di fare?», gli disse l’anziano. Silvio, scosso, non si tirò indietro, ma non seppe cosa rispondere. «Se non erro, alla prossima fermata dovresti scendere, ma non credo proprio che lo farai» e sottolineò quest’ultima frase con una smorfia delle labbra, come un sorriso sarcastico. «Stai mettendo insieme i pezzi. Ora tira le somme. Solo la consapevolezza potrà alimentare la voglia di scegliere e, forse, potrai salvarti». Silvio, esterrefatto e preoccupato, si guardava intorno. Tutti i passeggeri lo osservavano, come in attesa di una sua risposta, ma a Silvio non uscì neanche un alito dalla bocca. La donna anziana accanto a lui poggiò delicatamente la mano sulla sua. Silvio si voltò verso di lei con uno sguardo terrificato e smarrito, bisognoso di sostegno. La consapevolezza aveva squarciato i suoi pensieri. «Sei salito su questo treno che senza sosta conduce i passeggeri da una stazione di partenza a una stazione di arrivo» gli disse amorevolmente la donna «ma non confondere il percorso con la tua vita. La tua vita non è il viaggio. Il viaggio sei tu e tu puoi decidere come fare il viaggio».
«E allora? – incalzò l’uomo – Cosa hai intenzione di fare?». A Silvio salirono le lacrime agli occhi. Un nodo gli stringeva la gola. Si accasciò in avanti e mise la testa fra le mani. Era in preda alla disperazione. Allora si sentì abbracciare da dietro con dolcezza. La donna con l’abito rosso era accanto a lui e gli sussurrò nell’orecchio: «Non lasciarti vivere, vivi». Una lacrima gli percorse la linea del viso fino al mento. Silvio la osservò precipitare e la vide cadere a terra nel momento in cui percepì lo scatto delle porte scorrevoli. Era la sua fermata.
Il telefono vibrava insistentemente in tasca. Irene lo aveva ignorato già due volte. Gettò un’occhiata allo schermo: era Carlo, suo cognato, che non chiamava mai. Un presentimento lʼassalì. «Pronto?», disse con un filo di voce. «Irene». Una pausa insostenibile precedette ciò che Carlo ebbe l’arduo compito di annunciare. «Silvio è stato investito,» disse tutto in un fiato, a togliersi il peso «io sono già in ospedale. Ti prego, vieni subito». Il tempo per Irene sembrò cristallizzarsi. Si portò una mano alla bocca, come a reprimere un muto grido di dolore. «I medici lo tengono in coma farmacologico e ancora non si pronunciano – implorò Carlo – Ha bisogno di te».
Germana Grasso
Germana Grasso è giornalista professionista e addetto stampa. Ha lavorato per quotidiani, web e per una tv privata in Campania. Ha vinto la seconda edizione del “Premio giornalistico nazionale Francesco Landolfo” per la sezione radiotelevisiva ed ha avuto una menzione speciale alla prima edizione del “Premio nazionale Sabrina Sganga – Questione di Stili”. Ha pubblicato saggi sulla storia del cinema nei libri “L’alba del cinema in Campania” (Liguori) e “Napoli d’altri tempi” (Liguori) e per la rivista specializzata “Quaderni di CinemaSud”. Ha pubblicato un compendio sulla “Storia del giornalismo” (collana Memorix di Edises) e l’e-book “Storia del costume e della moda” (Edises).



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