Ci sono relazioni che nascono in contesti particolari, spesso in momenti difficili della nostra vita. Relazioni che ci spingono a fare i conti con le persone che siamo state, diventate, e dalle quali a volte vorremmo solo fuggire. Sono relazioni che ci spingono verso ambienti diversi, lontano da zone di comfort o da certi ancoraggi che ci trattengono nella quotidianità e ci portano dove non siamo mai stati, a volte distruggendoci.
Alaska, il secondo romanzo di Valentina Maini, che dopo La mischia (Bollati Boringhieri, 2020) torna con un’opera molto diversa dal suo esordio, ci parla proprio di questo tipo di relazioni: quelle che deflagrano assieme ai protagonisti.
Maia, infatti, è una pittrice ventenne che s’innamora di Sergio, un uomo sposato e con figli, e che anagraficamente potrebbe essere suo padre. La loro frequentazione inizialmente sporadica nasce per caso, ma dopo i primi impedimenti, il loro rapporto da subito si rivelerà travolgente e totalizzante. L’incrinarsi della loro storia, però, porterà Maia a fuggire dalla realtà, a nascondersi in una dimensione nuova, onirica. Una dimensione dove il mondo esperienziale è raggiunto da uno sguardo diverso. Forse più libero, e per quello che vale, meno impietoso.

A cura di Diego Frau

D. F. Com’è nato il tuo progetto? Avevi in mente un’immagine in particolare?

V.M. Mentre pensavo al romanzo mi è tornata in mente una fotografia. Stranamente rappresentava in maniera molto accurata l’idea che avevo in testa, un nucleo narrativo a cui giravo intorno da un po’. Mi ha guidato durante tutta la stesura. Poi c’è da dire che Alaska è un bombardamento di immagini, quindi diciamo che a partire da quella hanno cominciato ad arrivare le altre.

D. F. Qual è la scintilla che ha generato i tuoi personaggi: sono nati tutti da uno stato d’animo, da un’emozione, o hai provato a far riverberare in loro un tema?

V. M. Per ora le persone di cui scrivo sono parti di me. Rivisitate con pezzi di altri individui più o meno legati alla mia vita.

D. F. Ci sono autori/autrici, o letture, che ti hanno influenzato durante la stesura del libro?

V. M. Eugenides, Duras, DeLillo, Michaels. Questi consapevolmente.

D. F. In generale cosa rappresenta per te la scrittura?

V. M. Un’arma, un’armatura, un modo per vedere le cose, di ferirmi in maniera controllata e di mettere di fianco al dolore qualcosa di bello.

D. F. Credi che scrivere assomigli più a una fuga o rappresenti il suo esatto opposto: il luogo da cui in qualche modo ci è impossibile sottrarci?

V. M. Entrambe le cose. Fuggo dalla mia vita, in parte, o dall’interpretazione quotidiana che continuo a darne. Costruisco itinerari diversi, inserisco porticine, botole, scale, allungo i corridoi, sposto i mobili e gli oggetti. Il meccanismo, per me, è quello dei sogni. Una fuga da fermi che ti costringe ad approfondire, andare sotto, nel buio.

D. F. Quanta distanza ti serve, rispetto a un’esperienza vissuta, prima che tu possa trasformarla in scrittura o in un prodotto narrativo?

V. M. O moltissima o nessuna.

D. F. L’esordio, e di conseguenza la pubblicazione, ha cambiato il tuo rapporto con la scrittura?

V. M. Molto. Non mi sono mai sentita più lontana dalla scrittura come da quando ho esordito. In seguito ho cercato per anni di recuperare quella sensazione precedente l’uscita senza riuscirci. È strano perché non pensavo sarebbe mai potuto succedermi, era proprio una cosa che non avevo mai creduto possibile. Che non ci fosse più la scrittura nella mia vita. Non essere più interessata a scrivere, sentirmi male, impacciata, vedere gli altri e chiedermi che cosa pensassero. Non divertirmi più. Ne sono uscita, credo, scrivendo un romanzo che non sarebbe piaciuto a nessuno. Alla fine a qualcuno è piaciuto.

D. F. Attualmente stai lavorando a un nuovo progetto?

V. M. Da un paio di giorni.

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L’arte della fuga / Giuseppe Pontiggia

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