Il colibrì si fermò a mezz’aria sulla petunia e iniziò a succhiarne il nettare. Il vento era gelato, i lampioni sul punto di accendersi, il giardino coperto di foglie secche. L’indomani il colibrì sarebbe migrato verso terre più calde, avrebbe volato per chilometri e chilometri. Chissà quando avrebbe riassaporato un insetto o del nettare.
La petunia si lasciò baciare. Era viola, turgida. Il colibrì stazionava sopra di lei con il becco affondato nel liquido, la lingua protesa, gli occhietti vispi. Le ali producevano il ronzio soffocato di un calabrone chiuso dentro una bottiglia.
Per un attimo il colibrì smise di nutrirsi. Si guardò intorno alla ricerca di altri fiori, ma la petunia era la più colorata, la più viva. Lo attirò ancora a sé con uno spostamento d’aria, un movimento soave che rivelava il pistillo colmo di vita. Il colibrì si rituffò nel nettare e continuò a succhiare finché non fu sazio. Alla fine si adagiò col becco rivolto verso le prime stelle. La petunia si irrigidì, poi si sciolse. Lo abbracciò con i petali, lo inebriò con il profumo serale, lo cullò. Il colibrì chiuse gli occhi. Per un attimo pensò fosse un peccato dover partire.
Dal giardino si vedevano le persone riversarsi nella Cidade Baixa al tramonto, con i bicchieri pieni e la testa vuota, avvolti dagli odori delle cucine; e i pensieri sospesi come le barche che scivolavano sulle acque del vicino Lago Guaíba, circondate dagli ultimi riverberi del sole e il cri cri di qualche grillo tardivo. Il vento era cessato, i lampioni illuminavano le siepi di oleandro e sulle facciate dei palazzi spuntavano finestre di luce. Intorno era sceso il silenzio di fine pomeriggio. Per il colibrì era l’ora di entrare in stato di torpore, per la petunia di chiudersi. Ma entrambi rinunciarono.
Da lontano giunse la melodia di una chitarra. Suonava una bossa nova, accompagnata da uno scalpiccio. Il colibrì si sollevò in volo e fischiò a ritmo della canzone. Mentre scuoteva le piume verdi e azzurre si accorse che la petunia tremava, appesantita dall’umidità. E se non avesse superato la notte? Il colibrì smise di fischiare e accostò il suo corpicino alla petunia. Sarebbe rimasto con lei fino all’alba, in bilico in una minuscola porzione d’aria.
La petunia si raddrizzò, quasi a volersi scrollare di dosso le gocce d’acqua, e si abbandonò al ronzio del colibrì. Costante, forte, sicuro. Per poco non appassì quando si interruppe e fu sostituito da lamenti felini. Il colibrì era sparito. Un gatto rosso l’aveva atterrato e ora lo rincorreva. La petunia rimase in attesa. E intanto produsse una sostanza bianca e appiccicosa, una specie di resina, ma più viscida e maleodorante. Cercò di coprirla con i petali nell’eventualità che tornasse.
Il colibrì riapparve all’alba, stanco e affamato. Aveva volato fino a Moinhos de Vento per seminare il gatto. La petunia si ravvivò, spalancò la corolla, lo lasciò entrare. Il nettare era lì, al suo posto: più immergeva il becco dentro di lei, più le pareva di aver custodito quel nutrimento solo per lui.
Il colibrì terminò di rifocillarsi e si accasciò di nuovo con tutto il corpo nella petunia. Ci si sistemò, ne assunse la forma a coppa, aderì alle pareti. Voleva fondersi con lei. Ma già si sentivano i fischi degli altri colibrì in procinto di migrare.
La petunia si chiuse sul colibrì. Se avesse potuto, lo avrebbe imprigionato. Il colibrì si sfregò sui pistilli, si imbatté nella secrezione gelatinosa e la succhiò. La petunia ne fabbricò altra, e il colibrì ci si cosparse le piume. Poi uscì. Il sole era alto in cielo, le piante rivestite di rugiada. Canti di uccelli, rombi di motori, rumore di tacchi sull’asfalto.
Il colibrì espulse un liquido dolce dagli occhi e lo lasciò cadere all’interno della petunia. La baciò un’ultima volta prima di volare via sulla città fino a vederla scomparire, rimpiazzata da altre città, altre foreste, altri fiumi. La petunia si curvò. Non le restava che sopportare l’inverno e sperare in una primavera precoce.
Marta Grima
Marta Grima è una giornalista e libera professionista nel campo del marketing e della comunicazione. Quando non lavora, legge, scrive e pratica sport. Suoi racconti sono stati pubblicati sulle riviste L’Equivoco, CrunchEd, Scomoda, TerraNullius, biró, Stanca, Grande Kalma, Blam!, Poetarum Silva e altre realtà online.
Spera di veder uscire presto il suo primo romanzo.



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