Tradurre una letteratura poco conosciuta significa anche confrontarsi con le immagini e le aspettative che accompagnano un Paese. Richiede curiosità, attenzione ai dettagli e la capacità di riconoscere ciò che rischia di andare perduto nel passaggio da una lingua all’altra. A volte, per trovare la parola giusta, bisogna chiudere il computer e uscire a cercare ciò di cui si sta leggendo.
Giorgia Spadoni è traduttrice e interprete dal bulgaro. Si interessa di letteratura, storia e cultura dell’Europa dell’Est, in particolare bulgara ed ex jugoslava. Ha vissuto e studiato in Russia, Croazia e Bulgaria, dove si è laureata presso l’Università di Sofia San Clemente di Ocrida. Tra le sue traduzioni per Bottega Errante Edizioni figurano Circo Bulgaria di Dejan Enev, Colei che resta di René Karabash e Carovana per corvi di Emine Sadk. È inoltre autrice della guida letteraria A Sofia con Georgi Gospodinov, pubblicata da Giulio Perrone Editore, e tra i membri fondatori di Meridiano 13. Nel 2024 ha vinto il premio Polski Kot.
Nel suo lavoro, la conoscenza dei luoghi si intreccia con quella delle parole, e ogni scelta traduttiva diventa un’occasione per interrogarsi sul rapporto tra lingue, culture e lettori. Un percorso che attraversa i confini geografici e linguistici, alla ricerca di nuove possibilità espressive e di storie capaci di mettere in discussione gli stereotipi.

Come sei arrivata alla lingua bulgara e alla traduzione letteraria?
Ho studiato all’ex Scuola per interpreti e traduttori di Forlì, dove ho frequentato anche una magistrale in Studi interdisciplinari sull’Est Europa, presso la Facoltà di Scienze Politiche. Mi sono poi perfezionata all’Università di Sofia in traduzione e interpretazione tra bulgaro e italiano, un percorso che in Italia non è propriamente facile da trovare. Il mio incontro con il bulgaro è stato del tutto casuale. Ci scherzo sempre con i miei amici bulgari, anche per rompere il ghiaccio. Non ho parenti, discendenze, fidanzati o ex mariti bulgari. Quando lo racconto, di solito mi rispondono: «Non ancora!». E sono ormai dieci anni che “frequento” questa lingua. Tutto è cominciato durante la triennale a Forlì, dove era obbligatorio studiare tre lingue. La prima era quella scelta per il test d’ingresso, che nel mio caso era il francese. Come seconda lingua avevo scelto il russo, perché durante il liceo avevo seguito alcune lezioni tenute da una ragazza che si trovava in Italia per uno scambio. Conoscevo già l’alfabeto cirillico, sapevo leggere, scrivere e dire qualche parola, quindi partivo con un piccolo vantaggio rispetto agli altri studenti. Il russo mi piaceva, ma avevo qualche difficoltà con la grammatica. Venivo dal liceo linguistico, dove avevo studiato spagnolo, francese e inglese, senza mai confrontarmi davvero con una lingua che avesse i casi. Avevo fatto pochissimo latino e mai tedesco. Dover pensare continuamente a come dovesse terminare una parola mi disturbava moltissimo. In compenso, adoravo il cirillico, e lo adoro tuttora. La nostra insegnante di russo insisteva molto sullo studio. Eravamo tantissimi e il corso aveva ritmi serrati. Il metodo era piuttosto severo, tanto che chi non era davvero motivato finiva per abbandonare. Una delle sue grandi battaglie era proprio il corsivo cirillico, con tutte quelle lettere piene di gambette e ricciolini che bisognava imparare a distinguere. Ci assegnava i compiti, li ritirava e li correggeva, quindi doveva riuscire a decifrare quello che scrivevamo. Chi usava lo stampatello era praticamente la sua nemesi.
A un certo punto ho fatto due scoperte. La prima era che, tra le lingue disponibili come terza scelta, oltre a inglese, portoghese, arabo e giapponese, c’erano anche slovacco e bulgaro. La seconda era che la nostra insegnante di russo era in realtà bulgara. Parlava così bene il russo che, a detta della lettrice di bulgaro, ormai parlava anche la propria lingua con un accento russo. Le chiesi allora se scegliere una seconda lingua slava non fosse un errore. Lei mi incoraggiò, spiegandomi che sarebbe stato più complesso, ma che le due lingue avrebbero potuto aiutarsi a vicenda. Anzi, secondo lei studiare un’altra lingua slava era una scelta intelligente che pochi studenti facevano. Lo slovacco, però, non mi attirava particolarmente. Non usava il cirillico e aveva i casi. Così ho scelto bulgaro. La lettrice di bulgaro era fantastica. Organizzava festival, invitava professori e scrittori alle conferenze, ci coinvolgeva nella sottotitolazione di film e ci proponeva scuole estive. Sono stata in Bulgaria per la prima volta nel luglio del 2016, proprio per frequentare una scuola estiva di lingua bulgara per studenti stranieri. Lei ci diceva sempre: «Non so a cosa vi servirà studiare bulgaro nella vita, ma qualsiasi cosa vogliate fare, io vi aiuterò a farla». Cercava davvero di offrirci tutte le opportunità possibili.
Intanto continuava ad accompagnarmi l’interesse per la traduzione letteraria, anche se fin dal primo incontro di orientamento, dopo il test d’ingresso, ci avevano scoraggiati dall’intraprendere quella strada. Io, però, non me l’ero mai tolta dalla testa. Alla fine le due cose si sono incontrate al momento giusto. Dopo gli studi a Forlì sono andata all’Università di Sofia, dove, tra i vari insegnanti, ho avuto anche Georgi Gospodinov. Proprio nell’anno in cui ho concluso il percorso, Gospodinov ha ottenuto importanti riconoscimenti internazionali e la sua notorietà è cresciuta. Il suo successo ha contribuito ad aprire le porte anche ad altri autori bulgari. Ho colto l’occasione per proporre una traduzione. Quando si lavora con lingue meno diffuse, bisogna essere piuttosto proattivi e proporre direttamente i testi agli editori. È difficile che una casa editrice abbia il tempo o la possibilità di leggere un’opera in lingua originale, quindi il ruolo di chi traduce diventa fondamentale anche nella proposta editoriale. L’immagine che uso per raccontare il mio ingresso nell’editoria è questa: è come se fossi entrata in quel piccolo mondo, perché è davvero molto piccolo, dalla porta di servizio e mi fossi ritrovata improvvisamente nel mezzo. E la cosa continua. Non mi lamento, ormai sono cinque anni che traduco. C’è poi un altro aspetto che ha sicuramente contribuito a questo percorso. Fin dalla prima volta che sono arrivata a Sofia, e anche durante i viaggi in altri Paesi balcanici, mi sono sempre sentita a mio agio. Forse anche perché sono italiana, ritrovo qualcosa di familiare nella mentalità, nell’ironia dissacrante, nel cibo e anche in certi disastri politici. Sono aspetti nei quali mi riconosco molto. Con la Russia, invece, è stato diverso. Quando ci sono andata, il mio russo è migliorato, ma non posso dire di essermi innamorata del Paese. L’ho percepito come qualcosa di molto lontano da me. È stato allora che ho capito che, probabilmente, non era quello l’ambiente in cui mi sentivo davvero a casa.
Traduzione e interpretariato sono due forme diverse di attraversamento linguistico. Come convivono nel tuo lavoro?
Ho sempre lavorato come interprete in ambito editoriale, soprattutto durante fiere, festival ed eventi letterari. Principalmente accompagno Georgi Gospodinov quando viene invitato in Italia per presentazioni o festival, ma mi è capitato di lavorare anche in occasione di eventi più piccoli, legati al mondo dei libri. Queste due attività convivono perché sono una maniaca della lingua. Quando leggo o ascolto qualcosa, mi ritrovo a smontare le parole, a osservarne le radici, a chiedermi perché vengano usate in un determinato contesto e se possano funzionare anche in altri. Faccio confronti con l’italiano, cerco somiglianze e differenze. Non c’è scampo! È una deformazione professionale che riguarda tutte le lingue che conosco, ma soprattutto il bulgaro, che è quella con cui lavoro di più. Questa attenzione non si limita ai momenti in cui traduco un libro. Ho sempre le antenne alzate e, quando incontro un’espressione particolare, mi chiedo come la tradurrei io. Mi capita anche di occuparmi di sottotitolaggio, un’attività che mi piace molto e che considero quasi un punto d’incontro tra traduzione e interpretariato. Bisogna partire da una parola pronunciata, quindi da un testo orale, e restituirla per iscritto, rispettando però un limite molto preciso di caratteri. È una delle situazioni in cui rischio maggiormente il blackout mentale, perché vorrei tradurre tutto, ma materialmente non ho lo spazio per farlo. A volte è davvero frustrante.
Lavoro perlopiù con l’interpretazione consecutiva e, in quel caso, bisogna andare con il flusso. The show must go on, come si dice. Ci sono momenti in cui una parola proprio non viene e allora bisogna ricorrere alle perifrasi, rigirare la frase, trovare un’altra strada per arrivare allo stesso concetto. La differenza principale rispetto alla traduzione letteraria è che, nell’interpretariato, a volte il contenuto deve prevalere sulla forma. Quando traduco un testo letterario, invece, la forma ha un’importanza enorme, almeno pari a quella del significato, se non addirittura leggermente superiore. Lavorando soprattutto con la prosa, devo cercare di restituire anche lo stile, la struttura e le sfumature dell’originale. Durante un’interpretazione, invece, arriva un momento in cui devo mettere da parte la traduttrice e concentrarmi sull’informazione da trasmettere. L’importante è che il messaggio arrivi. Per farlo utilizzo strategie che si imparano già durante la formazione, come riorganizzare una frase, partire dalla fine di un discorso per poi recuperarne l’inizio oppure ricorrere a una perifrasi quando manca il termine esatto. Una volta, durante un’interpretazione, dovevo tradurre l’espressione bulgara che significa “rifugio antiaereo”. Il problema è che nella parola bulgara compare il termine “bomba”, mentre in italiano diciamo “antiaereo”. In quel momento non riuscivo proprio a recuperare la parola giusta. Continuavo a pensare alla struttura del bulgaro e alla fine ho detto “rifugio antibomba”. Sapevo benissimo che non era la traduzione corretta, ma non riuscivo a uscire da quel meccanismo mentale. Il punto è che, quando sei lì, devi andare avanti. Non puoi fermarti a cercare la soluzione perfetta. È anche questo che rende l’interpretariato particolare. Potresti interpretare due volte lo stesso discorso e ottenere due risultati diversi, perché tutto dipende dal momento, dalla concentrazione e dalle parole che riesci a recuperare in quell’istante. Ci vuole anche un po’ di pazienza. Io sono molto conservatrice quando lavoro su un testo scritto. Cerco di preservarne ogni sfumatura, ogni scelta stilistica e ogni elemento della struttura. Nell’interpretariato, invece, devo mettere da parte questa tendenza alla precisione assoluta. Non significa essere meno accurati, ma esprimere la precisione in un altro modo.
Hai vissuto e studiato in Russia, Croazia e Bulgaria. In che modo l’esperienza diretta dei luoghi ha cambiato il tuo modo di leggere e tradurre i testi?
Mi considero una persona curiosa, altrimenti probabilmente non avrei intrapreso questa strada. Mi faccio continuamente domande e cerco risposte. Vivere nei luoghi di cui traduco la letteratura mi ha fatto capire soprattutto quanto sia importante conoscere il contesto. Questo non significa che, per tradurre un libro bulgaro, io debba per forza trovarmi in Bulgaria ventiquattr’ore su ventiquattro. Al momento, per esempio, vivo in Italia. Ma quando ho la possibilità di trascorrere del tempo nel Paese, cerco di osservare e immagazzinare quante più informazioni possibili, anche quando non sto lavorando a una traduzione. Può capitare di leggere un manifesto pubblicitario, dove spesso c’è una grande inventiva linguistica, di ascoltare una conversazione per strada, una canzone o di notare un particolare che altrimenti passerebbe inosservato. È un modo per affinare ulteriormente quelle antenne di cui parlavo prima, per mantenere sempre viva l’attenzione verso la lingua e tutto ciò che le sta intorno. Quando mi trovo in Bulgaria, cerco anche di andare alla ricerca degli elementi concreti che incontro nei libri. Ricordo che, mentre traducevo uno dei racconti di Circo Bulgaria di Dejan Enev, pubblicato da Bottega Errante Edizioni, mi sono imbattuta in un riferimento a una cabina telefonica. Ero a Sofia e, a un certo punto, ho chiuso il computer e sono uscita per cercarla. Avevo bisogno di vedere con i miei occhi com’era fatta. Spesso si immagina il traduttore come una persona che lavora da sola davanti al computer, in qualsiasi parte del mondo, quasi in uno spazio fuori dal tempo e dal contesto. In realtà, avere riferimenti concreti è importantissimo, soprattutto quando si incontrano i realia, cioè quegli elementi strettamente legati alla cultura e alla realtà del luogo. Penso, per esempio, agli autobus o ai tram di Sofia. Sapere che un tram è giallo e bianco, conoscere il rumore che fa quando passa, la sua forma o anche il suo odore può sembrare un dettaglio insignificante. Non è detto che tutte queste informazioni trovino spazio nella traduzione italiana, ma averne fatto esperienza permette di comprendere meglio ciò di cui si sta parlando. Immaginiamo che nel testo originale un oggetto venga descritto attraverso il colore, la forma e l’odore. Potrebbe esserci un aggettivo bulgaro molto specifico per indicare quell’odore, senza un corrispondente preciso in italiano. In quel caso dovrei trovare una soluzione diversa e accettare che una parte dell’informazione possa andare perduta, cercando però di conservare gli altri elementi della descrizione. È proprio la conoscenza diretta dell’oggetto che può aiutarmi a trovare un’alternativa. Se so com’è fatto, come funziona e quali sensazioni suscita, posso cercare un modo per restituire almeno in parte quell’immagine, anche quando non esiste una parola italiana perfettamente equivalente. Questo è uno dei pochi casi in cui ritengo lecito allontanarsi dal testo originale. Non perché si voglia modificarlo, ma perché una resa letterale non permetterebbe di trasmettere la stessa idea. Avere esperienza del contesto rende più facile individuare una soluzione che compensa la mancanza di un termine preciso. Certo, si possono cercare informazioni anche su Google, e non sempre è possibile andare di persona nei luoghi descritti. Ma quando se ne ha l’occasione, credo sia importante approfittarne, osservare e raccogliere tutto ciò che si può. Anche un dettaglio che oggi sembra inutile potrebbe rivelarsi prezioso durante una traduzione futura.

Bottega Errante Edizioni
Come strutturi una traduzione letteraria dal bulgaro?
Ogni lingua ha le proprie peculiarità, che influenzano il modo di lavorare. Il bulgaro, per certi aspetti, assomiglia all’italiano. Ha un sistema verbale piuttosto complesso, con numerosi tempi passati, forse quasi più dell’italiano. Quando traduco dal bulgaro, quindi, mi trovo spesso a fare ragionamenti simili a quelli che farei in italiano, scegliendo tra imperfetto, passato prossimo e altre forme verbali. Per quanto riguarda l’organizzazione del lavoro, nel mio mondo ideale inizierei sempre leggendo l’intero libro. Spesso è proprio quello che succede, perché sono io a proporre il testo alla casa editrice e quindi l’ho già letto. Ultimamente non è stato così, ma possono esserci delle eccezioni. Mi piace anche entrare in contatto con l’autore o l’autrice, se non ci conosciamo già. Del resto, se il mondo editoriale italiano è piccolo, quello bulgaro lo è ancora di più. Già durante la prima lettura comincio a individuare i passaggi che potrebbero creare difficoltà. Se il libro mi interessa, dopo il primo terzo inizio a segnare direttamente sull’originale le parole, le espressioni o i riferimenti su cui dovrò tornare. Mi chiedo quali aspetti richiederanno ulteriori ricerche, quali problemi potrebbero emergere e su cosa sarà necessario confrontarmi con l’autore, nel caso in cui il libro venga acquisito e mi venga affidata la traduzione. Per ogni nuovo libro inauguro una pagina del mio quaderno, dove raccolgo dubbi, osservazioni e domande da porre durante il lavoro. Sono una che chiede tantissimo. Scrivo e-mail, mando messaggi su WhatsApp, telefono, a seconda del rapporto che ho con l’autore o l’autrice e del mezzo di comunicazione che preferisce. Mi confronto con loro, anche sui dettagli più piccoli. Mi è capitato persino di passare dieci minuti a discutere di una virgola. Ho una certa morbosità nei confronti del testo, lo ammetto!
Quali sono le difficoltà più ricorrenti nel tradurre dal bulgaro? Dove si annidano più spesso: nel lessico, nei registri, nei riferimenti culturali o in altro?
Una delle difficoltà riguarda i realia, cioè quelle parole che fanno riferimento a elementi culturali specifici, spesso legati al cibo, alle festività o a tradizioni che non hanno un corrispondente nella lingua d’arrivo. Penso, per esempio, al kozunak, un dolce che esiste anche in Romania, seppure con alcune differenze, ma che in Italia non abbiamo. Come lo traduco? Mantengo la parola originale in corsivo? Aggiungo una nota a piè di pagina? Oppure inserisco una breve spiegazione nel testo? Bisogna anche capire quale soluzione preferisce l’editore. Un altro aspetto del bulgaro che mi affascina e, allo stesso tempo, mi fa arrabbiare moltissimo è il sistema dei prefissi, soprattutto quelli che si applicano ai verbi. Prendiamo il verbo “leggere”. Aggiungendo diversi prefissi, a volte anche più di uno, si possono esprimere significati come “leggere fino alla fine”, “leggere un po’”, “iniziare a leggere” o “rileggere”, mantenendo un unico verbo. In italiano, invece, abbiamo “leggere”, “rileggere” e poco altro. Per rendere tutte queste sfumature bisogna ricorrere a perifrasi, utilizzare più parole. È una cosa che mi frustra tantissimo.
Ci sono poi i giochi di parole, i modi di dire e i riferimenti storici. Ma una delle difficoltà maggiori, quando si traduce verso l’italiano, riguarda la resa del registro informale. Non abbiamo un insieme di tratti linguistici colloquiali che funzionino allo stesso modo per tutti gli italiani, da Trieste in giù. Possiamo usare “‘sto” invece di “questo”, ma molte altre espressioni rischiano di essere associate a una determinata area geografica. Ricordo la mia prima traduzione per Bottega Errante Edizioni. Io sono marchigiana, mentre la casa editrice ha sede a Udine. Nel testo c’erano personaggi provenienti dalla campagna più profonda, che parlavano con tratti dialettali. A un certo punto, però, la loro lingua era diventata troppo connotata regionalmente. Una nonnina dei Rodopi non può parlare come un portuale di Ancona! Non avrebbe nessun senso. È una difficoltà che incontro spesso, perché in italiano abbiamo tantissime varietà regionali e dialettali, ma proprio per questo non è semplice trovare una forma di parlato informale che non rimandi a un luogo preciso. Qualcosa, inevitabilmente, si perde. Anche i riferimenti culturali e storici richiedono molta attenzione. Nel romanzo a cui sto lavorando adesso, per esempio, si parla spesso di ciò che accadeva “prima del cambiamento”, oppure “prima del 9 settembre” o “prima del ’44”. Un lettore italiano potrebbe intuire che il 1944 abbia qualcosa a che fare con la Seconda Guerra Mondiale, ma probabilmente non conoscerebbe il significato di quella data per la Bulgaria. Il 9 settembre 1944 segna infatti il colpo di Stato che portò i comunisti bulgari al potere e l’inizio del regime comunista. Quando si parla di “prima del cambiamento”, ci si riferisce a quel passaggio storico. Non si può neppure parlare genericamente di “liberazione”, perché in Bulgaria questo termine rimanda alla liberazione dal dominio ottomano. Sono riferimenti che per un lettore bulgaro risultano immediati, mentre per uno italiano richiedono una spiegazione. Nel libro abbiamo inserito una nota alla prima occorrenza, anche se bisognerà vedere cosa deciderà il redattore. Quello che cerco di evitare è modificare il modo in cui parlano i personaggi, facendogli dire, per esempio, «prima del colpo di Stato del 1944». Nessun bulgaro si esprimerebbe così in una conversazione normale, perché tutti sanno a cosa si riferisce quella data. Sarebbe una spiegazione eccessiva, poco naturale. Lo stesso vale per i riferimenti gastronomici. In una parte narrativa o descrittiva può funzionare un breve inciso, ma nei dialoghi bisogna fare molta più attenzione. Tra l’altro, adoro tradurre i dialoghi, forse sono la parte che preferisco. Immaginiamo una nonnina che dice: «Preparo il kozunak, il nostro tipico dolce di Pasqua». Ma chi parlerebbe così? Nessuno! Bisogna sempre considerare il contesto, chi sta parlando, cosa dice e perché lo dice. La spiegazione non può essere inserita a discapito della naturalezza. Questo non riguarda soltanto il bulgaro, ma la traduzione in generale. Una delle caricature che circolano sul nostro mestiere è quella del traduttore saputello, che inserisce cinquantamila note a piè di pagina, magari lunghe cinque righe ciascuna, perché deve spiegare tutto e dimostrare quanto è bravo e quante cose sa. È un approccio che non mi piace, anche perché finisce per appesantire il testo. Stiamo parlando di narrativa, di libri che si leggono per piacere, anche sotto l’ombrellone, non di testi accademici. Bisogna capire quando una spiegazione sia davvero necessaria e quale sia il modo migliore per inserirla, senza interrompere continuamente la lettura.
C’è poi un’altra difficoltà, che non riguarda in maniera specifica il bulgaro, ma che si incontra spesso lavorando con lingue meno diffuse. Mi riferisco alla fase di revisione editoriale, soprattutto quando chi interviene sul testo italiano non conosce la lingua originale. Da una parte questo può funzionare molto bene, dall’altra richiede un confronto più approfondito. Capita di dover tornare sulle proprie scelte, spiegare il ragionamento che ha portato a una determinata soluzione e chiarire perché si è preferita una parola o una costruzione rispetto a un’altra. È un lavoro che richiede tempo e pazienza, perché chi revisiona non ha sempre la possibilità di verificare direttamente il testo di partenza. Quando si lavora a lungo su una traduzione, poi, è inevitabile affezionarsi alle proprie scelte. Vedere il testo modificato può essere difficile, soprattutto quando si ha la sensazione che qualche sfumatura dell’originale sia andata perduta. In quei momenti bisogna confrontarsi, spiegare le proprie ragioni e cercare insieme la soluzione migliore. Anche il rapporto con il redattore fa quindi parte del processo traduttivo. A volte è più semplice, altre richiede qualche passaggio in più, ma è un confronto importante per arrivare alla versione definitiva del libro.

Bottega Errante Edizioni
Ti è mai capitato di dover trovare una soluzione particolarmente creativa per rendere un elemento del testo originale? Puoi raccontarci un esempio?
In Circo Bulgaria c’è un racconto intitolato Dolce e salato, composto interamente da un dialogo tra un padre e il figlio piccolo. Nell’originale bulgaro, il bambino ha un difetto di pronuncia molto evidente: pronuncia la L al posto della R. È una caratteristica abbastanza comune tra i bambini bulgari, che spesso scompare con la crescita e non porta con sé particolari connotazioni. Il problema è che, se avessi mantenuto lo stesso difetto di pronuncia in italiano, il bambino avrebbe assunto una caratterizzazione diversa, rischiando di ricordare lo stereotipo della pronuncia di una persona asiatica. Non potevo quindi riprodurre semplicemente il testo originale, ma mi dispiaceva perdere quella particolarità del personaggio. Ho iniziato a chiedere consiglio un po’ a tutti, anche a persone che non lavorano nel mondo della traduzione. Avevo pensato alla R moscia, ma come avrei potuto rappresentarla graficamente? Con una V? Con una W? E poi avrebbe rischiato di evocare una pronuncia francese o di far sembrare il bambino un po’ snob. Insomma, nessuna soluzione mi convinceva. Alla fine mi è tornato in mente Jovanotti, con la sua fantastica F al posto della S! Ho deciso di “jovanottizzare” il bambino, sostituendo la S con la F anziché la R con la L. La soluzione è stata accettata subito, senza bisogno di particolari spiegazioni, e sono abbastanza soddisfatta del risultato. Non so nemmeno come mi sia venuta in mente, ma è andata benissimo! È uno di quei casi che dimostrano quanto sia importante continuare ad ascoltare, osservare e immagazzinare informazioni. Bisogna costruirsi una sorta di archivio mentale di cose assurde, anche di quelle che sembrano inutili, perché prima o poi potrebbero tornare utili. Ci sono altre soluzioni su cui, invece, continuo a interrogarmi. A volte ripenso a una traduzione e mi dico che avrei potuto fare diversamente. Ma ormai il libro è stampato, quindi ciao! Con questo racconto, invece, devo dire che sono contenta della scelta.
Quando una traduzione viene pubblicata, riesci a considerare concluso il tuo lavoro oppure continui a ripensare alle scelte che hai fatto?
Mi viene in mente una lezione del corso di revisione dei testi all’Università di Sofia. La professoressa ci chiese quale fosse il metodo migliore per trovare un refuso in un libro. Noi studenti proponemmo tutte le soluzioni possibili: usare un programma di correzione, far leggere il testo a qualcun altro, lasciarlo riposare per un po’ prima di riprenderlo in mano. Lei ci rispose che erano tutti metodi validi, ma che ne esisteva uno infallibile al cento per cento, cioè tradurre il libro, farlo revisionare, impaginarlo, stamparlo, distribuirlo nelle librerie, andare in libreria, prenderne una copia, aprirla a una pagina qualsiasi e trovare immediatamente il refuso! E in effetti funziona proprio così. Mi è capitato di rileggere qualche passaggio delle mie traduzioni dopo la pubblicazione, ma non ho mai ripreso un intero libro dall’inizio alla fine. Dopo averci lavorato tanto, ci sei talmente dentro che è difficile tornare a leggerlo con uno sguardo nuovo. Mi è successo anche con Colei che resta, che è forse il libro più vicino alla poesia che abbia mai tradotto. Non si tratta di poesia in rima, ma la scrittura ha un andamento molto particolare, con frequenti cambi di riga. In fondo, l’autrice è prima di tutto una poeta. La particolarità è che il libro è scritto praticamente senza punteggiatura, a eccezione delle virgole. In bulgaro, come in altre lingue slave, esiste una particella che permette di trasformare una frase in una domanda anche in assenza del punto interrogativo. È un po’ come quando in francese si usa est-ce que o in inglese si ricorre all’inversione tra soggetto e verbo. La struttura stessa della frase segnala che si tratta di una domanda. In italiano, però, non abbiamo uno strumento equivalente. Mi sono trovata quindi a dover rendere quelle interrogative senza introdurre punti di domanda che nell’originale non esistevano. Ho cercato di alternare diverse costruzioni, usando espressioni come «o no?» oppure «forse», ma senza ripeterle continuamente, perché il rischio era rendere il testo pesante o addirittura infantile. Ne ho parlato con l’autrice, spiegandole la difficoltà e mostrandole come stavo cercando di risolverla. Lei è stata molto disponibile e mi ha detto che, se fosse stato troppo complicato, avrei potuto aggiungere tranquillamente i punti interrogativi. Ma io non volevo! Avevo deciso che avrei cercato una soluzione che rispettasse quella caratteristica dell’originale. A volte il traduttore finisce per affezionarsi a un aspetto del testo quasi più dell’autore stesso. Alcuni scrittori sostengono che i traduttori siano i loro lettori più attenti e, in effetti, può capitare di notare particolari che sono sfuggiti anche a chi ha scritto il libro.
Un altro episodio, sempre legato a Circo Bulgaria, è legato a un racconto in cui compare un riccio che, a un certo punto, viene descritto come un animale dal peso di cinque chili. Io sono negata con i numeri e le quantità, quindi durante la traduzione non ci avevo fatto caso. Quando il libro era già stato pubblicato, mio fratello lo stava leggendo e mi ha chiesto: «Ma che riccio è? Cinque chili?». La mia prima reazione è stata pensare di aver sbagliato qualcosa nella traduzione. Forse avevo letto male il numero o confuso l’unità di misura. Sono andata subito a controllare l’originale bulgaro, ma c’era scritto proprio cinque chili! Allora ho scritto a Dejan Enev, raccontandogli quello che mi aveva fatto notare mio fratello. Lui mi ha risposto in modo molto sibillino: «È bello sentirti, grazie per il messaggio. Di’ pure a tuo fratello che è un lettore molto attento». Insomma, era un errore che era sfuggito anche all’autore!

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Hai dedicato una guida letteraria a Sofia attraverso lo sguardo di Georgi Gospodinov. Cosa può raccontare la letteratura di una città che altri strumenti non riescono a mostrare?
Farei una distinzione tra le città più conosciute e quelle che lo sono meno. La collana Passaggi di dogana di Giulio Perrone Editore, di cui fa parte anche il mio libro, è dedicata soprattutto a città piuttosto note, come Roma, Parigi o Madrid. Sono luoghi di cui si è già scritto moltissimo, che sono stati raccontati e analizzati da tanti punti di vista. In questi casi, la letteratura può offrire un percorso alternativo, mostrare scorci diversi, suggerire una prospettiva nuova su luoghi famosi oppure portarti a scoprire angoli in cui, altrimenti, non ti saresti mai fermato. Quando invece parliamo di città meno conosciute, almeno per il pubblico italiano o dell’Europa occidentale, la questione cambia. Prima ancora di proporre un itinerario alternativo, la letteratura può contribuire a far entrare una città nell’immaginario dei lettori. È come se ne legittimasse l’esistenza. Se qualcuno ne ha scritto, allora quella città esiste, ha qualcosa da raccontare e forse vale anche la pena di visitarla. Quando pensiamo a una capitale europea, ci vengono subito in mente Berlino, Parigi o Oslo. Molto meno spesso pensiamo a Zagabria, Bucarest, Bratislava o Sofia. Dov’è? Perché dovrei andarci? Il fatto che uno scrittore conosciuto a livello internazionale come Georgi Gospodinov ne abbia scritto così tanto può diventare un motivo per avvicinarsi alla città. Non è l’unico autore ad averla raccontata, ma oggi è probabilmente la figura più riconoscibile della letteratura bulgara contemporanea. E poi c’è la possibilità di visitarla attraverso uno sguardo particolare. Anche chi arriva a Sofia senza conoscere nulla della sua storia spesso rimane sorpreso. Mi capita di sentire persone che dicono: «Non me l’aspettavo, è bella, interessante, ci sono tante cose da vedere!». Eppure parliamo di una città con una storia antichissima.
L’idea della guida mi è venuta proprio leggendo i libri di Gospodinov. Mi sono resa conto che contengono tantissima Sofia, con continui riferimenti a strade, quartieri, edifici e luoghi della città. Una presenza così costante che nemmeno lui, inizialmente, se ne era accorto. Nella collana di Giulio Perrone Editore, spesso le figure attraverso cui vengono raccontate le città sono autori del passato. Da un certo punto di vista, lavorare su uno scrittore che non c’è più può essere più semplice: hai a disposizione le sue opere, le poesie, le canzoni, gli studi critici e tutto ciò che è stato scritto su di lui. Quando invece l’autore è ancora in vita, hai la fortuna di poterlo interpellare direttamente, ma devi anche confrontarti con il suo punto di vista. Quando ho parlato del progetto a Gospodinov, lui era entusiasta. Gli ho spiegato subito, però, che avrei dovuto fare alcune scelte pensando al pubblico italiano, perché non stavo scrivendo un libro destinato ai lettori bulgari. E infatti, all’inizio, non eravamo del tutto d’accordo. Io avevo deciso di organizzare il libro per decenni, partendo dagli anni Ottanta, passando per gli anni Novanta e Duemila, fino ad arrivare alla Sofia contemporanea. Lui, invece, mi proponeva di strutturarlo per luoghi, raccontando ogni edificio o quartiere dalla sua origine fino ai giorni nostri. Era un’idea interessante, ma io avevo in mente un libro che potesse essere utilizzato anche da chi non conosceva affatto Sofia. Volevo che il lettore potesse partire da alcuni punti riconoscibili della città e seguire tre, quattro o cinque passeggiate, accompagnato dalle citazioni di Gospodinov e da riferimenti alla storia dei luoghi attraversati. Anche perché Sofia ha una storia piuttosto complessa. Molti edifici, come accade in altre città dell’Europa ex socialista, hanno cambiato funzione più volte nel corso dei secoli, attraversando epoche e sistemi politici molto diversi. Mi sembrava importante offrire una struttura chiara, che aiutasse a orientarsi senza aggiungere ulteriore confusione. Gospodinov, invece, immaginava una sorta di carrellata di luoghi, ciascuno raccontato nella sua evoluzione storica. Io gli spiegavo che, secondo me, per un lettore italiano sarebbe stato più utile seguire un percorso riconoscibile. A un certo punto mi ha detto: «Ma se ha letto i miei libri, Sofia la conosce già!». E io gli ho risposto che non era proprio la stessa cosa. I suoi non sono romanzi storici che ricostruiscono sistematicamente lo sviluppo dei quartieri o della città. La sua scrittura è molto fluida, passa da un luogo all’altro, da un ricordo all’altro, e proprio per questo volevo dare a quei riferimenti una struttura più concreta. All’inizio non era convinto. Poi, man mano che gli mandavo i capitoli, ha cominciato a vedere come stava prendendo forma il progetto. Alla fine mi ha detto: «Adesso che lo vedo, effettivamente ha senso. Mi convince, è una buona idea». È stato un bel confronto. Ricordo anche che mi diceva di non essersi reso conto di aver inserito così tanti riferimenti a Sofia nei suoi libri, ma è la città in cui vive da quando aveva vent’anni e oggi ne ha più di cinquanta. Per lui quei luoghi fanno parte della quotidianità, quindi è naturale che entrino nella scrittura quasi senza che se ne accorga.
Un altro motivo per cui ho voluto realizzare questa guida è che, in italiano, non esistono moltissimi libri dedicati a Sofia. C’è, per esempio, la collana VERSOEST di Odòs Libreria Editrice, che racconta diverse città dell’Europa orientale, ma nel complesso l’offerta è limitata. Il mio libro non è una guida turistica nel senso tradizionale del termine. Eppure mi è capitato che una ragazza lo comprasse perché sarebbe partita di lì a qualche mese per un Erasmus a Sofia. Mi ha detto che cercava qualcosa da leggere sulla città, ma che, a parte le guide turistiche più conosciute, aveva trovato poco. Anche questo, secondo me, è un modo in cui la letteratura può avvicinarci a un luogo. Può farci venire voglia di conoscerlo, prima ancora di partire.

Giulio Perrone Editore
La traduzione ha anche una dimensione politica? Se sì, in che senso?
Sì, assolutamente. Anche se il nostro contributo può sembrare una goccia nell’oceano, le parole che scegliamo hanno un peso. Mi viene in mente uno degli ultimi episodi tragicomici della politica: una frase di Donald Trump riferita a Meloni, «I felt sorry for her», tradotta in italiano con espressioni come «mi fa pena» o «mi mette tristezza». Si è discusso molto su quale fosse la traduzione più corretta, perché, a seconda delle parole utilizzate, cambiava anche il grado di offensività della dichiarazione. C’erano giornalisti che si interrogavano su ogni sfumatura. Sono episodi che occupano i giornali per qualche giorno, magari una settimana, e poi vengono dimenticati. I libri, invece, hanno una vita più lunga. Certo, anche loro possono finire al macero, ma di solito ci arrivano più lentamente e, quando sono fortunati, continuano a essere ristampati. Per quanto possa essere codificata e regolata da una grammatica, la lingua rimane il risultato di un equilibrio tra le norme e l’uso che ne fanno le persone. Sono proprio i parlanti, attraverso le loro abitudini, a modificarla nel tempo. Noi traduttori, insieme ad altri professionisti che lavorano con la lingua, ci troviamo un po’ nel mezzo. Dobbiamo tenere conto delle regole, ma anche osservare come cambia l’italiano nella vita quotidiana.
Se sto traducendo un dialogo tra adolescenti, per esempio, posso cercare nel linguaggio colloquiale contemporaneo delle espressioni che funzionino per quei personaggi. Magari mi serve un aggettivo e decido di utilizzare una parola come “petaloso”, per fare un esempio un po’ assurdo. È un termine che ha già avuto una certa circolazione e, nel momento in cui lo inserisco in un libro, contribuisco in qualche modo a rafforzarne l’uso. Anche una scelta così piccola può avere un effetto sulla lingua. Un altro esempio riguarda il romanzo che sto traducendo per Bottega Errante Edizioni, in cui compaiono molti personaggi rom. In bulgaro viene utilizzata la parola tsigani, che dal punto di vista linguistico è più vicina all’italiano “zingari” che a “rom”. La collega che ha tradotto il libro in francese ha utilizzato gitans, ma in italiano “gitani” avrebbe una connotazione diversa e non sarebbe naturale. Io ho scelto di utilizzare “rom”, perché in italiano “zingaro” è percepito come offensivo, mentre il termine bulgaro non ha quella connotazione. È una questione complessa, perché il valore delle parole cambia da una lingua all’altra. Bisogna quindi prestare attenzione al contesto e, soprattutto, capire quale informazione si vuole trasmettere. Nel romanzo, quando l’autrice descrive un matrimonio rom o parla dei personaggi appartenenti a quella comunità, non c’è alcuna intenzione offensiva. Per questo ho preferito “rom”. Se invece il termine fosse stato utilizzato in modo dispregiativo, avrei cercato una parola italiana capace di restituire quella stessa intenzione, eventualmente spiegando la scelta. È qui che entra in gioco anche la dimensione politica. Utilizzando “rom” anziché “zingaro”, forse contribuisco in una misura infinitesimale a rendere più familiare quella parola. Magari qualcuno legge il libro e, senza neppure rendersene conto, comincia a usarla anche nella vita quotidiana. È una piccolissima cosa, ma può lasciare una traccia. Il punto è che, quando ci troviamo davanti a una scelta delicata, dobbiamo decidere come comportarci. Facciamo finta di niente e continuiamo a utilizzare una parola soltanto perché è sempre stata tradotta così? Oppure possiamo intervenire, scegliendo consapevolmente un termine diverso, che rispecchi anche una nostra sensibilità? Credo che sia importante porsi queste domande, perché le decisioni che prendiamo possono veicolare un certo modo di guardare il mondo, anche quando riguardano una sola parola. La dimensione politica, poi, può entrare in gioco ancora prima di iniziare a tradurre. Mi è capitato di confrontarmi con colleghi che, per ragioni legate alle posizioni politiche di un autore, hanno scelto di non occuparsi delle sue opere. Certo, bisogna anche poterselo permettere dal punto di vista economico, perché non tutti hanno la possibilità di rifiutare un incarico. Ma anche decidere quali autori tradurre, e quali no, può essere una scelta politica, ancora prima di arrivare alle singole parole del testo.
Nel tuo lavoro ti senti una presenza invisibile o riconoscibile?
Io adoro stare nella “stanza dei bottoni”, dietro le quinte! Mi piace moltissimo quella parte del lavoro che il lettore normalmente non vede. Quando si crea un rapporto di fiducia con un autore o un’autrice, può capitare che ti venga mandata la bozza di un nuovo libro, magari chiedendoti di dare un’occhiata e di esprimere un parere. In quel momento hai la possibilità di entrare in contatto con il testo ancora prima che venga pubblicato nella lingua originale. Dal punto di vista professionale, è una cosa che trovo bellissima. Per quanto riguarda il riconoscimento, invece, fa certamente piacere vedere il proprio nome in copertina. È un riconoscimento ulteriore, ma non lo considero indispensabile. L’importante è che il nome del traduttore sia presente e chiaramente visibile, possibilmente non soltanto nel colophon, insieme ai dati tecnici del libro. Ci sono diversi modi per valorizzarlo. Alcune case editrici lo inseriscono sotto il nome dell’autore, altre dedicano al traduttore una breve biografia, magari accanto a quella dell’autore o dell’autrice. Sono tutte soluzioni che apprezzo. Quello che trovo davvero problematico è quando il nome manca oppure bisogna andare a cercarlo chissà dove. Anche perché i lettori più attenti si accorgono del lavoro di traduzione. Vanno a controllare il nome e, nel tempo, possono arrivare a riconoscere e apprezzare il lavoro di un determinato traduttore. Una mia amica, per esempio, mi ha raccontato di aver smesso di leggere una scrittrice quando è cambiato il traduttore dei suoi libri. Altre persone mi hanno detto di preferire le traduzioni di un’autrice realizzate da un professionista e non da un altro. Parliamo di lettori molto forti, che prestano particolare attenzione alla lingua. Credo quindi che possa nascere un rapporto di fiducia anche tra chi traduce e chi legge.
E lo stesso vale all’interno del mondo editoriale, che è piuttosto piccolo, soprattutto quando si lavora con lingue meno diffuse. Un editore può conoscere il lavoro di un traduttore attraverso i libri che ha già pubblicato e decidere di affidargli un nuovo progetto proprio per questo. Per me è importante che il nome di chi traduce venga riportato anche nelle recensioni sui giornali, nei siti delle case editrici e nei contenuti pubblicati sui social. Capisco che non sempre ci sia molto spazio, ma spesso basterebbe una riga in più. Non penso però che l’assenza del nome dipenda dalla volontà di nascondere il traduttore. Bisognerebbe sensibilizzare maggiormente i lettori e ricordare che un libro non compare magicamente in italiano. C’è una persona che ha passato giornate, e magari anche serate, a piangere sulle parole e a dannarsi per trovare una soluzione! Riconoscere il suo nome significa semplicemente riconoscere il lavoro che ha fatto.
C’è poi un altro aspetto a cui tengo molto, cioè la continuità nel rapporto con gli autori. Una collega bulgara che traduce verso la propria lingua mi raccontava che, quando lavora a un libro, non sente il desiderio di tradurre anche tutte le opere successive dello stesso autore o autrice. Le piace cambiare, passare da una voce all’altra. Io, invece, mi affeziono molto ai testi e spesso finisco per affezionarmi anche alle persone che li hanno scritti. Si crea un rapporto professionale, ci si sente, ci si incontra, si continua a confrontarsi. Mi piace l’idea di poter accompagnare un autore nel tempo. Non è sempre possibile, soprattutto traducendo dal bulgaro, perché non è così frequente che vengano pubblicati in italiano più libri dello stesso scrittore. Ma quando succede, credo che mantenere lo stesso traduttore possa dare una certa continuità all’opera. E questo vale anche quando non si ha alcun rapporto personale con l’autore. Attraverso la traduzione si sviluppa comunque una familiarità con la sua scrittura, con il suo ritmo, con le sue scelte stilistiche. Ritrovare quella stessa voce italiana nei libri successivi può contribuire a dare un senso di unità all’insieme delle opere. Secondo me funziona un po’ come con i doppiatori. In Italia siamo abituati ad associare determinati attori a una voce precisa. Pensiamo a George Clooney, che sentiamo spesso con la voce di Francesco Pannofino. Se improvvisamente lo sentissimo parlare con una voce diversa, ci sembrerebbe strano. Con i traduttori può succedere qualcosa di simile. Forse siamo una versione un po’ più pedante dei doppiatori, ma anche noi prestiamo una voce a qualcun altro. E a me piace quando quella voce mantiene una certa continuità.
Tradurre, per te, è un modo per restare dentro una lingua o per partire verso un’altra?
Forse è paradossale, ma quando si traduce, la conoscenza della lingua d’arrivo è più importante di quella della lingua di partenza. Conoscere bene la lingua da cui si traduce è fondamentale, ma siamo sempre sul filo del rasoio, direi che, per un 51%, conta di più conoscere davvero a fondo la lingua in cui si traduce. È anche per questo che in Italia, come nella maggior parte dei Paesi, si traduce verso la propria lingua madre, o le proprie lingue madri, nel caso di persone bilingui. La cosa interessante è che, mentre approfondisci la conoscenza della lingua straniera, finisci per approfondire anche quella della tua lingua madre. Impari a conoscerne meglio le possibilità, a esplorarne i limiti e a creare nuovi spazi al suo interno. È come se la rendessi più accogliente, più capace di ospitare qualcosa che arriva da fuori. A volte la allarghi, altre la deformi un pochino, ma è proprio questo il bello. Mi interessa continuare a scoprire cose nuove del bulgaro, perché non è certo una lingua che ho finito di imparare, ma allo stesso tempo mi piace affinare la mia conoscenza dell’italiano, cercare nuove sfumature, capire fin dove posso spingermi. Una volta qualcuno mi ha chiesto se mi fosse mai capitato di sognare in bulgaro. Ho risposto di no, o meglio non ancora. Forse quando succederà potrò dire di aver fatto un ulteriore salto! Mi piace molto, però, avere la possibilità di abitare più mondi contemporaneamente. Sapere che posso aprire una porta e trovarmi da un’altra parte è una sensazione bellissima. Forse significa anche sentirsi un po’ incompleti, perché c’è sempre qualcosa di nuovo da imparare, ma è una possibilità che non tutti hanno. Quindi tradurre, per me, significa abitare entrambe le lingue, possibilmente nello stesso momento. La traduzione ci regala il dono dell’ubiquità
Nel manifesto della rubrica parliamo della traduzione come di una fuga: uscire da una lingua per abitarne un’altra. Da cosa fugge, secondo te, la traduzione, e verso cosa si muove?
Spero che fugga dalle generalizzazioni e dagli appiattimenti. Mi auguro che la traduzione sia ambiziosa, che cerchi di spingersi un po’ più in là. Poi magari arriva un redattore e ti dice: «Questa cosa è un po’ esagerata, possiamo anche usare un italiano normale!». Però credo che ci sia bisogno anche di osare, di cercare soluzioni che non siano solo le più semplici o le più prevedibili.
Vorrei che la traduzione fuggisse dalle semplificazioni e, nel mio caso, lavorando con una lingua meno diffusa e con la letteratura dell’Europa dell’Est, soprattutto dagli stereotipi. Mi piacerebbe che riuscisse a liberarsi di certi incasellamenti vecchi e stantii, di quelle idee preconfezionate che continuano ad accompagnare alcuni Paesi e le loro letterature. Devo dire, però, che tradurre dal bulgaro offre anche un piccolo vantaggio, perché c’è ancora un certo effetto sorpresa. La cultura e la letteratura bulgara sono poco conosciute in Italia, anche se negli ultimi anni hanno cominciato a trovare maggiore spazio. Questo significa che i lettori non hanno aspettative così precise su ciò che troveranno in un libro bulgaro. Per altre letterature, invece, gli stereotipi possono essere più radicati. Penso, per esempio, alla letteratura dell’ex Jugoslavia, dalla quale spesso ci si aspetta un riferimento, anche minimo, alle guerre degli anni Novanta. Come se quei Paesi dovessero continuare a raccontare soltanto una parte della propria storia.
Mi auguro che la traduzione riesca a sottrarsi a queste aspettative e che non si lasci mai rinchiudere in una categoria. Dovrebbe rimanere libera, viva e, proprio come la lingua, in continua evoluzione. Tra professionisti si parla spesso di traduzioni che invecchiano. Succede perché la lingua cambia, mentre una traduzione rimane inevitabilmente legata al momento in cui è stata realizzata. Questo non significa che debba essere cancellata o dimenticata, ma che, a un certo punto, può esserci il bisogno di una nuova traduzione, capace di dialogare con una lingua e con lettori diversi. Per questo spero che la traduzione rimanga sempre incontentabile. Che non arrivi mai a un punto in cui possiamo dire: «Bene, questa è la versione perfetta, non si può fare di meglio». Forse con la poesia, qualche volta, ci si può avvicinare a qualcosa del genere, ma anche lì è difficilissimo. Insomma, vorrei una traduzione libera, ribelle, mai soddisfatta.
Nel prossimo appuntamento di Attraversamenti incontreremo Mauro Barindi, traduttore letterario dal romeno all’italiano. Tra le sue numerose traduzioni figurano Le età dei giochi. Un’infanzia in Transilvania di Claudiu M. Florian, La vita comincia venerdì di Ioana Pârvulescu, Falso trattato di manipolazione di Ana Blandiana e Un secolo di nebbia di Matei Vișniec.
Appuntamento a lunedì 30 novembre.



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